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La punta delle dita
di Lu di Milano

Ti lasciano addosso il loro movimento. Ancora ore dopo, nel letto. Il dondolio, il petto portante, quello spazio condiviso e concluso tra la spalla e il collo. E sussurri di ossa stridenti, scricchiolii di camicie, pelurie sprofondate nelle tempie bagnate. Gocce che prima di diventare patrimonio comune, quasi incomprensibilmente, sono scaturite da uno solo di quei due manti di pelle in movimento.

Ti lasciano addosso il loro odore. Fino al mattino dopo. Emanato da quella piazzola di baci, sola nudità concessa, oltre le mani. Quei centimetri di collo dove si annida l’umano. Dove li hai seguiti, ossequiati, captati, riempendoli del tuo black-out umanoide.

Ti lasciano addosso la loro stretta. Per giorni. Quella vagante attorno alla tua sagoma come una pellicola. Quella che di rado grida al miracolo. Quella che ti lascia capire come si deve sentire la cima del monte attorniata da nuvole. L’acqua trafitta dal tuffo. Quella da cui assorbi l’oblio del tuo peso, la sbalordita assenza dell’atto volontario.

A tango finito, le loro mani cingono con piglio deciso la punta delle tue dita. Per non lasciarti andare. Credono loro. Non sanno di venire tutti via con te.


Elvio Meneghel
ha pubblicato e mantiene aggiornate le informazioni contenute nella scheda.
senden Sie e-mail es elvio@tango.it

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