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Una storia possibile (Introduzione al Tango Argentino)

a cura di:Angelo Liuzzi

Angelo Liuzzi

Una storia possibile*

(Introduzione al tango argentino)

 

I.

Poco più di un secolo fa gli oceani si coloravano di navi variopinte, cariche di quei sogni ambiziosi che dall’Europa, tanta povera gente, e non prima d’aver raccolto i resti della propria vita, ha portato con sé alla volta di un continente insaziabile, ma capace di far covare loro la speranza di poter dare una rivalsa ad un’esistenza fatta di stenti e di mutilazioni cui la mancanza di dignità relega.

Con questo spirito, culture diverse tra loro s’erano date appuntamento al buio nella Terra d’Argento, un continente che doveva rappresentare per questi la sola possibilità d’offrire ai propri figli un futuro quantomeno accettabile se non dignitoso. Lavorando, costruendo una capitale immensa, come la si esigeva alla fine dell’800 per la Capital Federal (Buenos Aires) questi miserabili insieme ai neri d’Africa e ai latini d’America, scendendo nei campi o negli spiazzi aperti durante i giorni di festa o dopo le fatiche del giorno, con le loro usanze e costumi, si riunivano in modesti e pittoreschi convivi.

 

II.

Oltre ai neri d’Africa e ai neri di Cuba non si può dimenticare che altri venivano definiti con l’appellativo di neri o, meglio, negri. I negri d’Europa ovvero gli italiani, ma questi perché lerci e sporchi. In questo senso si può felicemente affermare che il tango nelle sue origini è veramente negro, come pure sostiene un personaggio noto della musica contemporanea Juan Carlos Caceres. Per negro qui si vorrà meglio intendere quel prodotto più completo della marginalità esistenziale.

Questi “negri” oltre al resto degli immigrati europei formavano dei clan, dei gruppi d’appartenenza che presto si sono scontrati contaminandosi a vicenda. Così i banchetti, le feste, la musica e la danza hanno reso quei sogni tangibili. Come si poteva finalmente toccare il futuro così si toccavano questi individui, fatti dal niente, e citando Rémi Hess: “Il tango è un’espressione estetica della marginalità, un’espressione culturale dell’immigrazione…”.

 

III.

Buona gente o cattiva che fosse, le culture s’erano date, e tutt’oggi Buenos Aires, nel bene e nel male, è la capitale oltreoceano più europea del mondo “civilizzato”. Si può facilmente immaginare come in quei convivi ognuno portasse con orgoglio quel che possedeva. Musica, danza, canti, lotte; e in questo contesto, il tango, non è forse nato come la rappresentazione esistenziale ed artistica di tutto questo confluire maestoso?

 

IV.

Dapprima in spazi aperti, quando questa parola non aveva ancora una sua dimensione consapevole, e anzi designava molte danze e non una sola, ma anche un luogo ben preciso, ovvero dove i neri d’Africa si riunivano per le loro feste (tangos erano vere e proprie case-baracche). Il tango viveva d’incontri, di violenze ma anche di tanta poesia, fatta di ricordi mai perduti se pur abbandonati in terre lontane, quali la patria, gli affetti della famiglia, i sapori cari dell’infanzia…

Pieno di suoni e parole di culture differenti, il tango, nel venire al mondo risulta gravido, fino al loro superamento, di ritmi “neri” quali l’habanera cubana, del candombe degli schiavi di Montevideo (Uruguay), della calenda caraibica ma anche della seducente zamacueca, poi ancora del valzer, della mazurka, della polka e dello schottish, senza tener presente che tango era ancor prima di tutto ciò una figura del flamenco andaluso; se poi si accettasse anche la possibile intrusione della payada, canto contadino privo di accompagnamento musicale, è facile credere che tutto ciò possa aver dato origine alla danza della milonga, che in kimbunda, dialetto africano, significa chiacchierata.

 

V.

Tango e milonga dovevano essere pertanto due termini che inizialmente potevano designare la medesima idea di luogo e di danze se pur con accezioni differenti, dato che il termine tango, prima di essere un luogo di festa per gli africani, era quel luogo dove questi venivano riuniti, ancora schiavi, al suono del tambo, del tamburo appunto, da qui onomatopeicamente tango (Daniel Vidart). Fare un tango poteva significare quindi, formare un posto per la tratta degli schiavi, da una parte all’altra dell’oceano, e successivamente quel luogo dove a questi era permesso di aggregarsi.

Se si volesse però cercare più a fondo nelle radici etimologiche di questa parola, la potremmo trovare per esempio nel dizionario spagnolo sin dal 1836, a designare un ossicino (per battere sul tambo?) fino a ritrovarla nel dizionario dell’Accademia reale spagnola (1899) col significato più appropriato di musica per danza; ma sempre dal 1836 Enrique Corominas sostiene che già era d’uso in Argentina come danza approdata dall’Isola di Fer. Tutto questo però non è che la punta di un iceberg se si pensa che in un verso del La Flor de la Rosa (XII secolo!) vi si legge: “Tango vos, el mi pandero”. Senza dimenticare inoltre il verbo latino tangere che vuol dire toccare.

Si potrebbe continuare forse all’infinito, ma basti sapere ancora che il quartiere del tamburo era il quartiere dei neri a Buenos Aires, e già il ballerino si rivolgeva in bozal (il linguaggio dei neri argentini) al suonatore di candombe chiedendogli: “toca tango!” o “toc tambo!”.

 

VI.

Alla fine del 1930 formare una milonga (club) voleva dire, riunirsi in un luogo ideale per improvvisare quello strano miscuglio di danze, oltre a voler indicare il tango delle origini in senso di danza, ovvero quello più veloce e possibilmente senza alcun testo che accompagnasse la musica. Solo con l’intromissione delle parole, si finì, - dopo molti testi licenziosi, - per elevare il tango a dignità di danza poetica, e il ritmo prese pace, e da 2/4 passò a 4/8 e 4/4. Borges da questo punto in poi lo snobbò perché lo ritenne un modo di ballare non autentico, perché contaminato se non stravolto dall’influsso degli immigrati.

Ma è ancora tutto così confuso, come lo è sempre la storia perché ben nascosta all’ombra delle parole lucide dei libri che, si sa, viene redatta dal potere che la costituisce; e passando di potere in potere la verità si diluisce con la menzogna, che perdendo di significato rende così possibile il ripetersi dei ricorsi storici. Per confondere di più le acque ci sono mille altri indizi, anche se più di semplici pettegolezzi. Milonga o milonguita veniva chiamata la maitresse del bordello, e i conti potrebbero anche tornare se si pensa che fu proprio nei postriboli che il tango passò i brevi anni dell’adolescenza, quando fu messo al bando dalle feste all’aperto perché considerato ballo osceno. Quei convivi avevano incominciato ad essere pericolosi per una società che esigeva quanto mai un contegno al passo dei tempi.

Questo il motivo per cui il tango fu “rinchiuso”; e dove avrebbe potuto attecchire meglio se non nei bordelli? (Ci piace crederlo). Qui, questo giovane essere a due teste e quattro gambe, questo ibrido pericoloso che tendeva a rappresentare la prova vivente della possibilità di un mescolarsi di culture e di razze diverse, raggiunse la sua prima grande espressione artistica. Era il 1940 e il tango era da poco ritornato in patria dopo essere stato contaminato dalla cultura francese della danza. Molte delle figure verso le quali ancora oggi i vecchi milongueri storcono il muso, le si devono proprio al popolo francese che a quei tempi tendeva a francesizzare tutto. Ma era il 1940, l’Età d’Oro, l’apice in vero, del Tango Argentino che, ancora oggi, detta legge almeno nell’ambito dei puristi, sia per stile di ballo che nella selezione musicale (tandas y cortinas).

 

VII.

Il tango è argentino, questo è vero ed è un fatto, ma chi è o cos’è argentino se non il frutto di un’esperienza collettiva e bastarda? Chiamarlo argentino oggi è un cliché di comodo che accomuna i più, dato che il tango delle origini sarebbe opportuno chiamarlo rioplatense, perché nato sulle sponde del Rio de la Plata, tra Montevideo (Uruguay) e Buenos Aires (Argentina) dove grandi e piccoli uomini hanno gettato nella fornace tanto di quel combustibile che la fiamma viva del tango è sempre pronta a curare ogni male e ferita, perché questo è il senso del tango. Una continua e incolmabile ricerca di sé e delle proprie origini. Anche una preghiera se si vuole, dato che può considerarsi il tango come un dio pagano e nebuloso, e il solo atto di ballarlo lo si può intendere proprio come una preghiera che inneggia alla speranza e alla vita.

Ma tango lo vogliamo chiamare tutti argentino, che almeno si sappia uno dei motivi plausibili di questa scelta! Uno dei primissimi “cortometraggi” datato al 1900, aveva per titolo proprio Tango Argentino, nel quale si poteva vedere, una coppia di ballerini nell’atto tanguero. Da allora Tango Argentino è sinonimo di una differenza, non solo nel modo di ballare senza alcuna coreografia, come accadeva fino a poco prima negli altri balli, ma addirittura in un modo “diverso” magari non del tutto “sano” d’intendere la vita.

Bailar, in Lunfardo, - il vecchio dialetto dei malviventi italiani nella Buenos Aires di quei tempi, formatosi dall’intreccio di vari dialetti italiani con lo spagnolo, e dopo il dialetto ufficioso del tango, - significa vivere, non ballare. I ballerini ballano, chi rappresenta il tango negli show balla, i milongueros e le seguidoras si limitano a viverlo.

 

 

 

*Per scrivere questa breve introduzione, che non vuole essere per nulla esaustiva, ma vuole essere da supporto a quel principiante assetato, e non certo a chi già mastica il tango, mi sono limitato a riassumere tutti quei luoghi comuni letti su internet, privi di documentazione attendibile, che hanno trovato un riscontro oggettivo su alcuni testi letti, attendibili.

Riporto in seguito i testi “facilmente” reperibili.

Leòn Benaros: El tango los lugares y casas de baile, in Historia del tango, Buenos Aires, Corregidor, 1977.

José Corbello: Tango, vocablo controvertilo, in Historia del tango.

Daniel Vidart: Teoria del Tango.

Blas Matamoro: La ciudad del tango.

Vicente Rossi: Cosas de Negros (1926).

Rémi Hess: Tango (anche in italiano).

Mari Lao: T come Tango (anche in italiano).

Gian Antonio Stella: L’Orda (quando gli albanesi eravamo noi).

Nuevo diccionario lunfardo, con un’introduzione di José Corbello.


Angelo Liuzzi
ha pubblicato e mantiene aggiornate le informazioni contenute nella scheda.
invia una e-mail a angeliuzzi@yahoo.it