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L'eros nel tango, istruzioni per l'abuso.

a cura di:Angelo Liuzzi

Pubblico una lettera assai particolare, e quasi me ne scuso, trovata su di un'enciclopedia filosofica uruguayana. Prendetela con le pinze dovute: è uruguayana! Spero che sorridiate nel trovare qualche spunto, almeno quanti ne ho trovati io nel tradurla qui per voi.

 

 

 

"Caro/a Principiante,

 

non so se faccio bene a scriverti quanto segue. Potrai sempre rifiutare il paragone a cui sto per sottoporti. Mi preme e non posso esimermi dal farlo. A grandi linee ci sono tre fasi dell’Eros che attanagliano la vita di ogni essere umano. Kierkegaard già lo ha sostenuto amabilmente. Io non ho fatto altro che trasporre il suo pensiero a riguardo, nel mio modo d’intendere e di vivere il tango argentino.

La prima fase dell’eros a cui si fa riferimento è quella Infantile, nell’accezione autentica del termine. In questa fase l’Eros dorme, latente in ognuno di noi. Pertanto l’oggetto del nostro desiderio è presente ma è sognante. Così il ballerino di tango, - non ancora milonguero, -  crede di essersi avvicinato al tango, per uno o più motivi che siano, ma il suo modo di ballare resta inconsapevole, né più né meno di un bambino e di una bambina che giocano al dottore. Non sanno ancora qual è il grande mistero che li spinge a quel gioco.

In questa fase non si riesce a mettere a fuoco realmente l’oggetto del nostro desiderio. La reale motivazione che ci spinge verso uno sconosciuto, nell’abbraccio. Tecnicamente, questo si traduce in un’attenzione più sulla figura che si va a intessere, che sul come di questa e sul perché. La quantità delle figure vince sulla qualità. Innocenti fino alla stoltezza.

Forse non esiste un preciso momento in cui si abbandona questa fase, ma è inevitabile per un essere che voglia mettersi in discussione e che voglia crescere, arrivare alla seconda fase, che chiameremo dell’Eros: dove l’eros stesso si ridesta. Si sveglia. L’oggetto del desiderio è visibile, e il tango a questo punto diventa consapevole. Un individuo dovrebbe tenersela stretta questa fase, perché è in questa fase che dà il meglio di sé. Il tango qui diventa un’espressione vitale di tutto ciò che è il nostro vissuto più autentico. Si scopre la verità finendo per focalizzare l’attenzione sul come ballare, sul come abbracciare. Qui si incomincia ad avere la percezione di come si possa diventare un milonguero. Quasi ci si sente tale.

Tecnicamente, la seconda fase, si traduce con un’attenzione all’altro che abbiamo tra le braccia. La qualità vince sulla quantità. A volte in questa fase reminescenze della prima irrompono fuorviando il tango. Questo dobbiamo respingerlo perché nocivo alla percezione della realtà che potrebbe deviarci prima del tempo. Prima di arrivare alla terza fase appunto. Quella del porno, dell’Osceno, nel senso etimologico del termine. Fuori dalla scena.

Nella terza fase l’oggetto del desiderio si confonde col soggetto (noi stessi) e vuole diventare un tutt’uno ma, nell’impossibilità fisica di questa riuscita, l’abbandono totale arriva a deviare la percezione della realtà, portando a danni emozionali più o meno gravi. Questa è la fase patologica del tango. Molti uomini purtroppo passano dalla prima alla terza fase con una velocità impressionante, ma anche le donne non si esimono dal farsi prendere in questo modo.

Tecnicamente questo si traduce in una trasposizione emotiva delle figure, che trovano il loro sfogo al di fuori della milonga. La vita dell’individuo è compromessa, la vita sentimentale almeno.

 

Io ho conosciuto bene queste tre fasi ed ora il mio tango è povero e triste perché vive nella ricerca dell’Eros, combattendo con un rifiuto quasi totale dell’Osceno che, ammaliandomi, è capace di farmi riscoprire parte di quella fase Infantile, ma come uno specchio per le allodole. Il bambino in me è compromesso, il gioco del dottore ha già lavorato bene col suo bisturi e, nell’impossibilità di un’accettazione totale del porno, vivo nella consolazione che poche donne riescono a fami provare.

Tutto questo però è maggiormente compromesso dal contesto in cui vivo il tango. Dopo Buenos Aires nulla è stato più lo stesso. Come una droga, se non voglio che il mio tango muoia, per l’ignoranza culturale che dilaga nelle milonghe, devo attingere a quella città maestosa almeno una volta l’anno. La realtà però è ormai distorta.

Adesso mi sembra di sentire una tua domanda. È possibile fermarsi e non arrivare alla terza fase? Risposta: se puoi farne a meno... Vi è una normale propensione all’abbandono, disgraziatamente si invecchia e questa propensione molto spesso si affievolisce.

Per trenta anni sono stato un fautore dell’abbandono, di un certo tipo di abbandono almeno, ma appunto, l’abbandono o è totale o è fittizio, quindi ora mi ritrovo a dover fare i conti con un tango che mi avvilisce, e ancor più da quando ho permesso che il tango diventasse un lavoro. Insegnare una passione che ti ha cambiato la vita è deleterio, se la vita non è cambiata in meglio, perché quando qualcosa giunge a cambiarti la vita in meglio, forse sarebbe meglio tenersela per sé.

 

Caro/a Principiante, forse però c’è un momento raro in cui tutto questo diniego svanisce, come per incanto, un breve momento in cui io mi ritrovo, sentendomi armoniosamente parte del tutto. Tecnicamente questo si traduce in quando ti vedo passare alla seconda fase. Un guizzo negli occhi ti rende reale e la gioia è smisurata. Forse ho fatto bene il mio lavoro. Resta, ti prego, in questa fase!

E un altro momento, forse, potrei aggiungere, quando riesco a spogliarmi di me stesso nelle braccia di una portenita, a cui fortunatamente non gliene frega nulla di chi io sia, ed io non sono più un maestro di tango ma solo un milonguero”.

 

 

Psicotangopatologo Alfonso Lo Cura.


Angelo Liuzzi
ha pubblicato e mantiene aggiornate le informazioni contenute nella scheda.
invia una e-mail a angeliuzzi@yahoo.it