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Identificazioni, imitazioni e fotocopie tangueras

a cura di:Elisabetta Muraca

Non c’è dubbio che il tango evochi fantasie d’ogni tipo sia in chi lo balla, sia in chi lo canta o suona, ma anche in chi lo ascolta o lo vede ballare. È un’espressione artistica che non lascia indifferenti le persone implicate. Può piacere o non piacere, può essere deriso come un prodotto culturale obsoleto (in effetti, ha superato il secolo di vita!), può essere amato fino ad essere confuso con la propria vita… Il tango suscita potenti passioni nell’animo umano, basti leggere le numerose liste di Tango Friends che popolano il web. Ci sono schieramenti, discussioni, prese di posizioni a favore o contro un evento, uno stile, un comportamento… Anch’io, con l’articolo “I nuovi maestri” di qualche anno fa (Vedi Articoli in www.tango.it) ho espresso un parere sul fenomeno dell’abbondante fioritura di persone che, sia in Italia sia in Argentina, si proponevano come “maestri di tango”. Per non parlare delle diatribe ormai storiche a favore o contro uno stile di ballo. Chi conosce l’ambiente delle milongas porteñas, sa cosa vogliono dire le “frecciatine” d’alcuni milongueros quando in pista c’è uno “che se la tira”, e sappiamo anche cosa esprimono quegli sguardi ipercritici di fronte alle innumerevoli esibizioni di giovani e non più giovani coppie di ballerini. Perfino quando qualcuno dichiara di essere un “umile” ballerino di tango s’intravede un sussulto d’ipocrisia. Non appena entri in confidenza puoi ascoltare da quella stessa bocca, appartenente “all’umile ballerino”, bordate di critiche verso quel maestro o ballerino professionista, verso quell’altro milonguero “che balla solo con le straniere per interesse”…o verso quell’altro ancora che balla senza ascoltare la musica ecc, ecc…. Ad uno sguardo superficiale sembrerebbe che sul tango tutti sanno tutto e che, chi esprime un’opinione, sia il detentore della “verità tanguera”. Se però ci fermiamo ad analizzare queste reazioni emotive vediamo che non sono molto diverse da uno scontro verbale fra ultrà del calcio o, in ambiti diversi, fra appartenenti a posizioni politiche opposte. Voglio dire che il tango è come un amante, in altre parole qualcuno o qualcosa che ci appassiona, e per difendere l’immagine che ciascuno di noi ha di lui, siamo disposti a scatenare conflitti più o meno accesi. Torniamo alle fantasie che suscita il tango. Alzi la mano chi, ballerino in erba o semplice spettatore di uno spettacolo di tango, non ha mai desiderato (almeno per un attimo) di essere il protagonista di quella meravigliosa alchimia di corpi abbracciati; chi non ha mai sognato d’essere perno di quel giro perfetto o leggera farfalla che lievita fra le braccia di quel noto ballerino; chi non ha mai dato briglia sciolta al proprio immaginario credendo di essere il/la protagonista di uno show di tango che gira per il mondo… Se queste immagini interne rimangono appunto nell’area della fantasia e non creano frustrazioni e scontenti, le possiamo considerare come naturale nutrimento di quel sano narcisismo che alberga dentro ognuno di noi. Quanto detto prima, a mio parere, si riferisce al ballo-spettacolo. C’è invece un livello d’identificazione più reale e possibile quando mettiamo i piedi per terra (in tutti i sensi) e impariamo a ballare da un maestro che ci mette in condizioni, non solo di “scendere in pista” ma anche di poter dialogare con il corpo dell’altro. In questo caso è ovvio che se cominciamo a provare piacere nella pista vogliamo sempre più migliorare il nostro ballo, e saremo grati al nostro mentore per averci insegnato l’abc di questo linguaggio corporeo. Non c’è allora da stupirsi che inizialmente vogliamo ballare come “lui/lei”. Successivamente, quando ormai abbiamo percorso innumerevoli chilometri di pista, giunge il piacere di creare il proprio stile. Il processo d’identificazione col maestro è noto in ambito non solo artistico. Fa parte di un’esperienza che tocca varie dimensioni della persona e che possiamo definire a grandi linee come “l’apprendimento della vita”. Rimanendo nell’area tanguera, confesso di non conoscere ciò che succede fra i musicisti ma posso immaginare che qualcosa di simile accade anche lì, basti ascoltare alcune formazioni contemporanee e vedremo che spesso il loro stile assomiglia più a un D’Arienzo o a un Di Sarli, oppure a un Pugliese o a un Piazzolla. Non c’è da stupirsi, anzi, alcune orchestre dichiarano a priori che la loro musica segue lo stile di quel particolare maestro del passato. Vediamo ora cosa succede non più con la danza o la musica del tango ma col linguaggio scritto. Scrivere un libro sul tango è un altro sogno di molti, ma scrivere cose nuove sul tango è un’impresa ardua e difficile, tanto quanto creare uno stile nuovo di suonare o di ballare. Sul tango si è scritto molto nella sua terra natia, ma anche in Italia comincia a comparire timidamente una letteratura tanguera. Nel mio caso, fino a quando non sono stata contattata dall’editore per scrivere un tascabile sul tango, non credevo di poterlo fare, o meglio, non ero consapevole che da qualche parte della mia anima tanguera c’era la possibilità di esprimere in parole il mio contributo alla diffusione del tango in Italia. Così ho accettato di scriverlo quasi per scherzo, o forse per cimentarmi in una lingua imparata da adulta (l’italiano) e di cui non conoscevo le basi grammaticali né sintattiche (vedi: Il Tango. Sentimento e filosofia di vita Xenia Edizioni Milano, gennaio 2000). L’aver scritto questo libro mi ha portato molte soddisfazioni (non certo economiche, visto che non possiedo i diritti d’autore); mi ha permesso di fare incontri il più delle volte interessanti (giornalisti, altri scrittori, ballerini ecc.) ma anche di essere contattata dalle persone più disparate, come ad esempio quella donna che telefona al mio studio per prendere un appuntamento per una sua problematica psicologica (che ovviamente al telefono non nomina) e che quando l’incontro mi dice con toni aggressivi: “Volevo guardare in faccia la persona che ha scritto il libro che avevo in mente io”; oppure organizzatori d’eventi tangueri quali conferenze, concerti, serate, festival ecc che chiedevano la mia presenza e che, dopo innumerevoli contatti e perdita del mio tempo, sparivano nel nulla così com’erano arrivati (forse anche nell’ambito dell’organizzazione d’eventi tangueri esiste il contagio della “febbre da tango”, con fantasie d’onnipotenza, allucinazioni e credenze che si è capito tutto sul tango). Ultimamente purtroppo ho avuto un’esperienza piuttosto sgradevole, simile a quando entri nel tuo appartamento e scopri che prima di te sono entrati i ladri! Rabbia, impotenza, qualcuno si è impossessato magari d’oggetti cari solo a te stessa! Ebbene, grazie ad una telefonata di una cara amica, scopro che sono stata derubata di gran parte del mio libro sul tango! C’è una fanciulla che si aggira nell’ambiente tanguero che ha redatto e successivamente pubblicato la sua tesi di laurea su un aspetto del tango (più precisamente la geografia tanguera). Circa 26 pagine del suo libro sono la copia, o meglio la fotocopia del mio tascabile. E ciò che non ha copiato da me l’ha copiato dai libri di Meri Lao (forse una delle poche vere scrittrici di tango attualmente in Italia). Come dicevo prima è difficile inventare cose nuove sul tango; le origini sono sempre quelle, i testi dei tanghi pure. L’unico contributo valido, a mio parere, è l’elaborazione personale della letteratura già esistente, il racconto di una propria esperienza oppure l’espressione di un punto di vista tecnico sui diversi aspetti del tango. Nel mio caso, più di una volta, vista la mia professione, ho utilizzato una lente psicologica per commentare i testi d’alcuni tanghi o i codici di comportamento d’alcune milongas. Altri, secondo le loro risorse professionali, potranno ad esempio esprimere un parere tecnico riguardo alla musica, alla danza o alla poesia del tango. La “scrittrice” in questione non solo ha fotocopiato titoli, esempi, elaborazioni e traduzioni mie personali, si è perfino impossessata di descrizioni di mie esperienze come se le avesse fatte lei. Concorderete con me che il fatto non è soltanto un naturale processo d’identificazione o d’imitazione, bensì un vero e proprio abuso. Non avendo però competenze psicologiche, nel copiare un intero paragrafo, la nostra fanciulla ne ha stravolto il senso. Il tutto è aggravato dal fatto che non cita mai il mio nome o comunque la fonte (forse per non autodenunciarsi), si limita solo a citarmi nella bibliografia. Ovviamente ho denunciato il fatto al mio Editore e al suo legale. Per ora, a distanza di due mesi da questa scoperta siamo riusciti ad avere la promessa del suo Editore di ritirare le copie invendute. Il fastidio più grande è la constatazione che il tango è consumato a questi livelli di superficialità, dove c’è un accurato evitamento della fatica, della costanza, di quel lento e a volte noioso lavoro insito nell’apprendimento di un’arte o di una tecnica. Nel caso della fotocopia del mio libro sono così perplessa dell’accaduto che ancora oggi mi chiedo se la signorina in questione abbia peccato d’estrema ingenuità (visto che chiunque può confrontare i due testi) o d’estrema furbizia. Povera mia Maricla, un po’ di rispetto per il lavoro altrui non guasterebbe così come non guasterebbe una buona dose di sincera umiltà in chi si avvicina a questo fenomeno culturale così ricco e generoso. Ma forse, pensandoci bene, il tango continua a sopravvivere proprio perché evoca prepotentemente ogni passione umana e si lascia consumare da tutti, compreso da coloro che se ne appropriano come se fosse una loro creatura. Elisabetta Muraca: mgestalt@mpbnet.it


Elisabetta Muraca
ha pubblicato e mantiene aggiornate le informazioni contenute nella scheda.
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