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Codici di comportamento nel tango: chi invita chi?

a cura di:Elisabetta Muraca

Vorrei condividere con i lettori alcune riflessioni su quest’argomento, a mio parere tenuto poco in considerazione in Europa, dagli appassionati del tango ballato. Un codice di comportamento è un insieme di regole esplicite ed implicite cui si attengono i membri di un determinato gruppo. Ogni regola può far riferimento ad una legge scritta, ad un principio morale, ad una credenza culturale ecc. cui i componenti dello stesso gruppo aderiscono per soddisfare bisogni individuali e/o di gruppo. Faccio un esempio banale, tutti gli automobilisti (e anche i pedoni) sanno che la luce rossa del semaforo indica l’obbligo di fermarsi, quindi la regola sarebbe: “Col rosso ci si ferma”. Il rispetto di questa regola consente una viabilità sicura, ordinata, possibile… provate ad immaginare come vi sentireste alla guida della vostra auto se ognuno interpretasse il rosso del semaforo a proprio piacimento! Ebbene anche il tango, nella sua terra d’origine, ha i propri codici di comportamento. Chi conosce le milongas porteñas sa certamente che in alcune di esse vige un insieme di regole di comportamento piuttosto rigide; in altre, invece, frequentate da persone più giovani o da stranieri, questo codice è disatteso frequentemente, con grande disapprovazione dei “vecchi milongueros”. Dicevo sopra che ogni codice fa riferimento a delle regole condivise dai membri del gruppo d’appartenenza, ebbene, nelle milongas frequentate dai “vecchi milongueros” una delle regole di ferro è: l’uomo invita la donna (normalmente dal suo posto) attraverso il “cabeceo”, vale a dire, con un lieve cenno del capo, dello sguardo, delle labbra… in alcune milongas sembra addirittura che gli uomini facciano a gara fra di loro nel dimostrare chi è il più ermetico! Questo comportamento che potremmo definire “Ti invito senza che nessuno se ne accorga” ha una sua ragion d’essere. Il milonguero cerca di evitare il rifiuto palese da parte della donna, non necessariamente per il rifiuto in sé, bensì perché esiste una competitività costante fra maschi che si esplica a diversi livelli, per esempio: chi balla meglio, chi invita la più brava, chi “levanta” (leggasi “cuccare”) la più difficile ecc. Capirete che in questo gruppo d’appartenenza difficilmente l’uomo si avvicinerà al tavolo della prescelta per invitarla a ballare, non potrebbe sopportare lo sguardo beffardo degli altri uomini che la pensano come lui. Ovviamente non tutti la pensano così, molti uomini, in altre milongas più rilassanti, osano farlo tollerando coraggiosamente il “no, grazie, sono stanca” di lei. A prima vista questo tipo di comportamento di cui ci stiamo occupando denuncia un maschilismo strisciante, la regola sembrerebbe essere: “Solo gli uomini detengono il potere dell’invito” e, in effetti, apparentemente è così. Proviamo invece a vedere qual è il vantaggio, per noi donne, quando ci troviamo in questo tipo d’ambiente. Premesso che nessuno può invitare a ballare un’altra persona se non c’è l’accettazione di costei, allora come fa la donna per farsi invitare? Guarda, guarda intensamente il ballerino prescelto, anzi lo inchioda con lo sguardo, attende pazientemente un incrocio di sguardi che denoti una disponibilità all’invito. Se anche l’uomo desidera ballare con lei, il gioco è fatto: lui “cabecea”, attende la conferma, si alza e si avvicina al tavolo della donna; quando essa è certa che l’invito era a lei rivolto (e non a quella di fianco, davanti, o dietro) si alza e si dirige verso la pista avvicinandosi al ballerino. Che cosa garantisce questo rituale? Una scelta reciproca, entrambi si sono scelti, non c’è costrizione né pietismo. Io ballo con te perché ti ho scelto, tu balli con me perché mi hai scelto. Il mio e il tuo corpo si predispongono nella condizione migliore per iniziare quella meravigliosa alchimia che il tango necessita. Ovviamente ci possono essere tante delusioni, quel ballerino che “dal di fuori” sembrava un mago, “dal di dentro” (leggasi: a contatto di plessi solari) si è rivelato essere un po’ freddo, un po’ rigido, uno che strapazza la dama come se fosse una scopa. Parimenti anche lui può sentirsi deluso: colei che sembrava una regina del tango è invece un sacco vuoto appeso alla sua spalla oppure una scopa rigida sorda alle sue “marcas”. Quando invece c’è intesa, disponibilità a capirsi, a “disfrutar” di quel breve tempo che entrambi ci si è concesso, quel tango può diventare un’esperienza meravigliosa. In Italia, e credo negli altri paesi europei, questo codice non esiste. Normalmente l’uomo si avvicina al tavolo della donna o addirittura è lei stessa che invita il cavaliere. A prima vista tutto sembra essere molto più rilassato, abbiamo conquistato la parità anche nel tango. Stento a credere, però, che chi riceve un rifiuto esplicito l’accetti sempre sportivamente; così come, più di una volta, sia lui sia lei accettino l’invito per compiacenza e non necessariamente per il piacere di ballare con quella determinata persona. Sottigliezze, direte, Elisabetta non farla così complicata, in fondo uno invita e se l’altro/a rifiuta … pazienza, andrà meglio la prossima volta. Allora come si spiegano i tanti commenti femminili che spesso ascolto mentre si avvicina un ballerino con cui non vogliono ballare? “Speriamo che non mi inviti, che non venga da me” ed ecco che si accendono l’ennesima sigaretta oppure fanno finta di parlare con la vicina o cominciano a giocare col cellulare. Se il rifiuto è vissuto da tutti come una libertà di scelta, a mio parere questi commenti non avrebbero ragion d’esistere. Mi mancano i commenti maschili, sia di quando essi sono rifiutati, sia di quando non desiderano ballare con la donna che li ha invitati, eppure accettano lo stesso. Se un buon tango, di là dagli stili, non può prescindere dall’apporto di entrambi i ballerini, capirete quanto sia importante un desiderio condiviso. Una disponibilità non solo corporea ma anche animica, una spinta verso l’altro, un dispiegarsi della curiosità verso la persona che stiamo abbracciando (almeno nel suo ruolo di ballerino/a). Inoltre, la sintonia dei corpi non può prescindere dall’ascolto e dunque dal rispetto della musica che si sta ballando. E’ fondamentale allora che il desiderio condiviso di ballare insieme, si accordi con il piacere di entrambi verso la musica che in quel momento stanno suonando. Per tale motivo, nelle milongas più tradizionali di Buenos Aires, si formano determinate coppie di ballerini in sintonia con la “tanda”, vale a dire che molti preferiscono ballare Pugliese con quel/quella partner, oppure D’Arienzo con quello/a altro, le milongas con uno/a e i vals con altri. Per concludere vorrei raccontare una mia recente esperienza, a dire il vero piuttosto frustrante. Sono andata a ballare a Berlino, città splendida e che consiglio di visitare se non l’avete ancora fatto. Nonostante fosse la settimana di ferragosto, a Berlino si ballava tutte le sere, addirittura due milongas in contemporanea in determinati giorni della settimana! La prima cosa che ho notato è che non ci sono “tandas” e di conseguenza neppure “cortinas”, nonostante alcuni “musicalizadores” fossero argentini, qualcuno addirittura ballerino professionista. Quindi non certo ignaro delle sane e buone abitudini delle milongas porteñas. La tanda permette il ricambio dei ballerini, il porre termine ad un tipo di ballo o ballerino/a non gradito/a, e se invece è il partner dei nostri sogni la tanda ci permette di godercelo per quel tempo stabilito di tre o quattro brani e di lasciare in sospeso quel desidero che… “magari poi ci cerchiamo ancora”. Più semplicemente la tanda lascia spazio ad un breve riposo, alla possibilità di rinfrescarci bevendo qualcosa, ad uno spazio possibile per la parola…ebbene a Berlino si balla “tutto di seguito”. Ho chiesto ad alcuni uomini berlinesi come facevano a porre termine al ballo, magari solo perché erano stanchi, mi hanno risposto che “non sta bene interrompere, ma se proprio non ce la faccio più invito la dama a bere qualcosa al bar”. Ho notato che le donne invitano tanto quanto gli uomini e che se un ballerino è gradito non lo lasciano prima di venti brani! Sì, avete letto bene, ballano anche un’ora di seguito. Ho visto uomini sudati, stanchi, stravolti, che finalmente si accingevano a sedersi al tavolo ed ecco apparire un’altra donna che li invitava a ballare! Come noterete anche questo è un codice di comportamento, un insieme di regole condivise da quel gruppo di appartenenza e per chi come me, abituata ad altri rituali, più rigidi a Buenos Aires, più mediati e rilassati in Italia, l’esperienza berlinese, dal punto di vista del ballo è stata piuttosto deludente: ho ballato poco e male. Io non solo mi rifiutavo di invitare direttamente gli uomini, ma addirittura (!) se non mi piaceva ballare col ballerino che mi aveva appena invitato, dopo il primo brano ringraziavo gentilmente e andavo a sedermi. Con grande stupore del ballerino e della sala! Ho interiorizzato un principio che non riesco a tradire: “Sono qui per divertirmi, per godere di una parte del mio tempo libero ballando tango, e allora... perché soffrire? Piuttosto sto seduta, ascolto la musica, osservo le dinamiche in pista… e por scrivo un articolo”


Elisabetta Muraca
ha pubblicato e mantiene aggiornate le informazioni contenute nella scheda.
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