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Veron, Carmona, armonie, disamori.

a cura di:Angelo Liuzzi

Nella mia camera, dove racchiudo con i sintomi di una ricaduta febbrile quest’anno e con me un sogno di tre giorni, trascorso nella città dove oggi meglio si esprime il tango argentino in Italia, - Bologna, - ricordo e rivesto di viva presenza, tra un colpo di tosse e un cucchiaio di brodo caldo, il volto il corpo la personalità del ballerino di tango più affascinante, presente sulla scena europea contemporanea, Pablo Verón.

Non ero mai stato a Bologna per ballare il tango. Da piccolo facevo visita a mia zia, mi divertiva vederla cambiare amante, così mi dicevo, Bologna è una città dove quelli come noi si vengono a divertire. Più tardi capii che quelli come noi scappavano dal sud per sognare il sud che avevano lasciato, lavorando per gente che ci guardava storto. E più riuscivamo nel lavoro e più la gente ci guadava storto. Ma questa è la storia di sempre e di tutti gli "immigrati", ed è così, infatti, che guardano adesso Pablo Verón. Per conto mio, prima di questo stage, lo consideravo un ballerino con molto talento che ha avuto la fortuna di fare un film con il quale ha consacrato al successo il suo personaggio già esistente, anche se per ovvie ragioni meno noto.

Pablo è così come si vede nel film, né più né meno, almeno nei riguardi del pubblico, dove per pubblico intendo ogni singola persona che lo circonda, dalla ragazzina che gli chiede l’autografo all’allievo, dalla donna che consuma il suo letto all’amico con cui mangia. È come se fosse uno scrittore alle prese costantemente col suo lettore. I suoi passi le sue figure, anche il fascino che esprime nel parlare o semplicemente nei gesti mentre accenna una noia sono periodi articolati che lui compone per comunicare.

Così ho ascoltato le sue lezioni, ho parlato con lui, ho ballato mentre lui ballava, ho potuto guardarlo e farmi guardare ballare, e certo non è presuntuoso o arrogante come molti dicono, tutt’al più è una persona che si ama molto e in questo ricca di quel fiero narcisismo mai ostentato ma dolcemente naturale, ma che lo rende sempre vigile come davanti ad una perentoria macchina da presa. Qui dentro però ho voglia di parlarvene solo dal punto di vista professionale, tralasciando pertanto le confidenze fattemi da lui o i pettegolezzi che girano attorno alla sua figura. Tutti sappiamo, tramite il film, di cosa sia capace, quanto sia bravo e quanto sia affascinante, ma com’è Pablo Verón come maestro di tango?

Sono arrivato a Bologna venerdì, lo stage si sarebbe svolto nei giorni di sabato e domenica nella Scuola Stabile di Tango Argentino dove insegnano Tobias Bert e Annalisa Di Luzio, ed ero naturalmente sovreccitato per l’attesa. Prima di andare a ballare nella milonga La Fattoria, lo stesso venerdì, mi sono riempito di arancini e di una bottiglia di Donna Fugata nel ristorante siciliano al piano terra. - Che milonga! - Vi si può ballare fino alle quattro del mattino, c’è un bar ma come in tutte le milonghe si va sul sicuro solo con birre o super alcolici, si può rischiare con un cuba libre o un gin tonic ma il vino è meglio non chiederlo, - fa schifo!

Mi dicono: “di solito la musica non è mai stata tanto bella come in questa serata”. È difficile non crederci, sopratutto se a parlarmi è una bella tedesca di origini rumene, nella quale ho avuto la fortuna di incinampare. Davanti ai suoi occhi mi sentivo come un bambino sulla battigia del mare, convinto che vedrà arrivare l'onda grande a frangere gli argini del suo castello di sabbia. Ma questo a parte.

Il bello del tango a Bologna, come ho potuto riscontrare nelle milonghe nei giorni a seguire, è che i ballerini hanno qualcosa in più rispetto ai ballerini delle altre regioni italiane, forse sono solo più bravi perché, in Emilia, la cultura del liscio è sempre stata predominante o perché, comunque, a Bologna si respira quell’aria da balera un po’ nostalgica che caratterizza molto il vivere delle persone. Sicuramente a Milano[1] possono eseguirti alla perfezione una figura dopo l’altra, ma non sanno minimamente cosa sia la passione di sentire il corpo dell’altro. Sono per lo più freddi e distanti.

A Roma forse, salvo alcuni casi puramente fortuiti, accade spesso di imbattersi nella situazione contraria. A Torino invece c’è un calo enorme se teniamo in considerazione il fatto che fu la prima città ad ospitare una milonga in Italia. Sta prendendo la stessa piega di Milano, con l’aggravante che i torinesi vogliono ostentare a tutti i costi una bravura oramai molto discutibile. Non è un caso quindi che personaggi del calibro di Carmona o Verón scelgano come tappa una città come Bologna. Ed è a tal proposito che voglio giudicare il metodo di insegnamento di Verón, mettendolo a confronto con il metodo dei miei maestri.

Io ho molti maestri, perché credo che si possa imparare molto o molto poco ma da tutti, e da tutti cose sempre differenti. Questo mi rende libero perché ho scelta. Comunque il mio ideale è sempre stato designato dall’asse Carmona-Amaray-Trupiano. E Verón.., è entrato come una ventata fresca nei vuoti che la distanza oggettiva di questi maestri mi impone. Distanza per certi versi diversa a seconda dei maestri.

La distanza di Ernesto Carmona[2] è puramente chilometrica. Ernesto passa sei mesi in Europa e sei mesi a Buenos Aires, dove nei sei mesi europei è diviso, in Italia, tra Bologna e Venezia con qualche scappatella in Toscana. - Fino a qualche giorno fa io ho vissuto a Pisa. - Il feeling che perciò si viene a creare è teso su di un filo tenuto saldo dalla fantasia e dall’amore dell’allievo che nutre nei confronti del maestro. - Un maestro dei migliori. - In più c’è da dire che Ernesto insegna da più di trenta anni, quindi sa perfettamente cosa ti lascia quando va via.

Per Amaray Cochero[3] invece la distanza chilometrica è ancor più lunga visto che si aggiunge a questa la distanza temporale; ma supportata dal suo grande fascino e carisma, Amaray sa comunque, come donna, cosa non vuole lasciarti.

La distanza di Luca Trupiano[4], visto che non ha scusanti, - è in pianta stabile in Toscana, - è puramente interpersonale. Luca non riesce ancora, per quanto dotato di un talento, nel ballo, superiore alla media, a creare un contatto diretto e fluido con il proprio allievo.

Verón non ha distanza alcuna perché si ha sempre la netta sensazione di avere a che fare non con un uomo ma con un mezzo di comunicazione di massa. Arriva dove vuole! e tu sai comunque e sempre di non essere suo allievo, pertanto godi solo della sua interpretazione. Non ha pretese, non ha finzioni dovute al fatto che ti deve coinvolgere per forza altrimenti non ha di ché sfamarsi. - Molti maestri, argentini e non, hanno il tango come unica forma di sostentamento. - Lui ti coinvolge e basta, perché gli riesce spontaneamente.

Certo, in una società contemporanea come la nostra, fondata sulle immagini, lo deve molto al film e, per questo, Pablo incassa per nove ore lavorative circa 3500; per esibirsi in un solo tango 1000, il secondo lo offre gratis se gli va; spese di volo e albergo sono a parte, ovviamente. Però c’è da dire che fa guadagnare anche molto. Sabato e domenica eravamo circa 30 coppie per corso, per un totale di incasso di circa 7500. Non male per essere un’incognita, ma per qualche decennio ancora Pablo attirerà sempre gente ai suoi stages; e per questo è giustissimo, a parer mio, che si faccia pagare tanto, dato poi che vale tanto oro quanto pesa[5].

Sabato i corsi erano tre, di un’ora e trenta ciascuno, ma alla fine sono durati fino a due ore per corso; domenica lo stesso. Sabato: intermedi tango, avanzati vals, master class vals. Domenica: intermedi milonga, avanzati tango, master class tango. Naturalmente io, con la ballerina che mi accompagnava, non ce la siamo sentita di fare il master class, così abbiamo fatto tutto il resto. Non perché sapevamo di non avere abbastanza esperienza alle spalle, oltre che per un certo senso del pudore, ma perché sospettavo il corso dei master class formato da facce beote e maestri pavoneggianti destrezza. Difatti così è stato.

In un master class uno si aspetterebbe di vedere gente che balla da almeno dieci anni, dotata di forte umiltà, oltre la bravura. Invece, in Italia almeno, salvo eccezioni, non è molto diverso dall’assistere alla corrida televisiva. Gli altri corsi invece sono stati uno spasso. La contentezza e la soddisfazione è stata generale, ad alcuni è piaciuto particolarmente il corso di milonga, ad altri quello di vals, a me sono piaciuti tutti.

Come tecnica di insegnamento Verón ha preferito partire da un passo base, fino alla composizione di una o più figure articolate, proprio come avviene nella composizione di un film. Una figura in questo senso è una sequenza. La sequenza cinematografica corrisponde a due tagli di forbice nel montaggio, quindi dall’apertura del primo passo della figura alla chiusura dell’ultimo passo della stessa. E i passi non sono altro che fotogrammi montati l’uno di seguito all’altro. I fotogrammi a loro volta sono delineati dall’apertura e la chiusura delle gambe che formano il singolo passo. A questo punto, la coreografia è un insieme di figure, quindi di sequenze che diventano film.

La differenza sta nel fatto che, una volta montata la pellicola di un film, rimane quella, ed è in grado di vivere solo nella fruizione della medesima. Quando assisti alla coreografia di un tango, anche come atto ripetuto, non sarà mai uguale a se stessa. I protagonisti di un film non possono ribellarsi e decidere di uscire dalla pellicola. I ballerini nella coreografia sì e decidere di uscire di scena, anche se dubito forte che Pablo Verón possa esimersi dal rappresentarsi di continuo. Presto o tardi potrebbe divenire la figura maledetta della sua rievocazione sublimale. La marionetta che inciampa nei suoi fili di cui ha perso il controllo razionale.

Tornando ai corsi, ogni livello aveva il suo giusto grado di difficoltà. Ha parlato per tutto il tempo nella sua lingua madre, accorto di non scegliere vocaboli difficili anche se, nell’eventualità del bisogno, avevamo la brava Annalisa che, facendogli da partner durante le lezioni, all’occasione s’improvvisava traduttrice. Si sa, per quanto un maestro chieda di fare delle domande quando non vi sia qualcosa di chiaro, nessuno ha il coraggio di aprire bocca; si ha il timore di non sembrare all’altezza, - il sembrare è sempre più importante dell’essere! - quindi tutti fanno cenno di sì col capo anche quando confondono la barraca con la barrida. Ma non ho nulla da rimproverarli, anch’io ero molto emozionato dall’immagine che Verón suscita di persona.

Li rimprovero quando invece non hanno la ben che minima consapevolezza di cosa sia l’umiltà. - Non ci si deve iscrivere a un corso avanzato se non se n’è capaci. Anche se ci si iscrive in coppia, nel tango, si cambia sempre partner e, dato che uno spende dei soldi, credo possano girare a chiunque, uomo o donna, avere tra le braccia uno/a nell’avanzato, - siamo all'esempio, - che non sappia guidare o eseguire nemmeno un ocho! Ma il tango è pazienza...

Naturalmente, non è solo questione di quanto tempo uno abbia dedicato al tango ma anche di quanto uno sia portato ad una data disciplina, e il tango secondo Pablo Verón non è solo un ballo, ma danza a tutti gli effetti, proprio come lo è la danza classica; quindi è una disciplina da seguire con la medesima attenzione e costanza. È ciò che penso anch’io. In più, si chiarisce come può essere scambiato il suo esibirsi in esibizionismo. Pablo balla come nessuno, nemmeno fosse un allievo di Carmona che permette al proprio allievo di trovare il personale ballerino custodito dentro di ognuno, ovvero il proprio stile che ci distingue da tutti gli altri anonimi e sempre uguali. Solo trovo Verón molto più umile di Carmona, anche se questo può sembrare un paradosso. Sicuramente Ernesto Carmona è un maestro navigato che ha alle spalle anche molti spettacoli importanti, ma non ha mai fatto un film di successo, perciò non è conosciuto e desiderato come Pablo Verón.

Per Carmona quando si balla è fondamentale sentire l’altro, avere rispetto della musica e degli altri che ballano nella milonga. Pablo invece balla con tutta la milonga senza ostentazione e senza ipocrisia. Carmona fa il vuoto attorno a sé inglobando il partner e tenendo d’occhio gli altri che ballano. Verón fa il vuoto oltre le mura, non viene meno al partner e non viene meno al rispetto che deve nei confronti di chi sta ballando attorno a lui; ma balla anche insieme alle persone che lo guardano, ha rispetto di loro, li ama. E questo, io lo trovo bellissimo. Però non voglio incorrere in fraintendimenti. Non è sbagliata la scelta di Ernesto Carmona a volersi dare solo esclusivamente al partner e alla musica, ma non credo sia sbagliata nemmeno la scelta di Verón a volersi dare a un pubblico ipotetico, quale sia.

La brutalità risiede nel fatto che la donna da Pablo potrebbe essere considerata come una protesi di sé stesso, spersonalizzandola, come potrebbe essere la voce amplificata nel teatro di Carmelo Bene. Ma la voce amplificata è Carmelo Bene; la donna è Pablo Verón? Vedendolo ballare, soprattutto di persona, sembrerebbe proprio di sì, visto la devozione che in lui ripongono le ballerine. O sei con lui o puoi andare al diavolo.

Non sono dunque vere le emozioni che ci regalano nella milonga i ballerini che sanno comunicarci quello che sono? Allora perché dovrebbe essere sbagliato ballare, non per le persone che ci sono intorno, ma con loro? Però credo anche che l’insegnamento di Carmona sia il più giusto, e cioè che ci debba essere un’armonia generale ma questa può esserci solo se c’è armonia nella coppia, e se ci deve essere amplificazione, l’uno lo deve essere dell’altro. – Ma se non ci fosse quest’armonia, il tango sarebbe possibile comunque? Certo, d’altronde quante volte nei postriboli si cacciava un voleo addosso ad un altro quando non una coltellata nello stomaco?

Sabato sera, alla milonga.., Pablo Verón è arrivato come se fosse uno dei tanti, quasi timidamente. Infatti quasi nessuno si era accorto della sua presenza. Piano, ha preso possesso di tutta la sala. Il complesso che suonava ha cercato di presentarlo invitandolo sul palco, ma non ha avuto alcuna risposta, ed ecco che il suo non rispondere è sembrato subito una posa snobbista; semplicemente non aveva sentito. Ha risposto al secondo appello di benvenuto.

La prima parte della serata è restato quasi sempre a guardare entusiasta, credo che alla fine si sia divertito. Ed io, anche se stanco morto, come tutti quelli che hanno partecipato allo stage, ho ballato anche per lui. Mi sentivo bene, in grado. Poi Verón ha incominciato a ballare, e ha ballato molto e soprattutto “gratis”. Da quel momento io non potevo non essere rapito, e come me molti. Ballavo e lo seguivo con gli occhi, seguivo le sue figure. Ballavo con le sue figure. Non è di questa terra, - mi dicevo! - Troppa naturalezza, troppa bellezza! Io ero come bloccato, infatti alla fine mi sono dovuto fermare e guardarlo solo. Da questo punto in poi mi sentivo affranto da un dolore che mi riempiva il cuore ma che, nello stesso tempo, mi appagava. Era il dolore nella consapevolezza di non poter diventare mai come lui che, nello stesso tempo, mi rendeva adulto nell’accettare che ci fosse uno come lui.

Ora però voglio soffermarmi un attimo su un fattore importante, una carenza non del ballerino Pablo Verón, ma del maestro, quindi dell’uomo Pablo Verón, e cioè la mancanza di un contatto pieno corporale. Ho già detto come Verón arrivi dove vuole e in maniera piena, ma questo lo deve per lo più all’immagine che ognuno di noi ha ricavato dalla sua rappresentazione di successo. Manca invece di un contatto interpersonale tangibile.

Le donne che ballano con lui sono rapite da quello che sentono, proprio come se vivessero la prima fase di un innamoramento. Uno viene attratto per ciò che crede di vedere, solo dopo scopre cosa uno sia davvero. Quindi non si è in grado di sentire Pablo Verón, ma l’immagine ricavata dai propri sensi. Questo Pablo lo comunica anche a lezione ed è un peccato davvero grande, ma collima perfettamente con chi crede che non ci si debba dare a tutti indistintamente.

Non so se riesco a spiegarmi ma, cercando di riproporre l’insegnamento di Carmona: se uno è in grado di sentire ciò che si è, sa anche ciò che vuole, quindi sa che non ha nulla da perdere, e quindi può ballare con tutti con la medesima passione e intensità, naturalmente cambiando umore a seconda di come vive o semplicemente rappresentare la musica che si ascolta ballando. Forse quest’insegnamento non è un’utopia ma io, questa cosa qui, la riesco a fare solo con alcune persone, ovvero con quelle con cui instauro un certo feeling, fosse anche solo di odori magari.

Poi è successo, per me, l’imprevedibile, a fine serata, poco prima che Pablo se ne andasse, si è alzato per invitare l’ultima ballerina, ma è passato da me, mi ha messo la mano sulla spalla e si è congratulato per come avessi ballato. Non sono così sfacciato da riportare quello che mi ha detto. Posso dirvi solo che, ammutolito, ho incominciato a sentirmi felice come se avessi avuto il mio primo zucchero filato alle giostre, la calda mano di mio nonno che mi portava in barca a pescare, 2001 Odissea nello Spazio, il primo bacio di...

Adesso le compagne che erano sedute al mio tavolo, accertandosi del mio stato di salute di questi giorni, - a questo punto dell’articolo la febbre dovrebbe essere passata, - mi sfottono ricordandomi come: “l’unto del Verón”. Ma, a parte tutta l’autoironia che possiedo, credo che me lo ricorderò sempre, anche se un giorno dovessi smettere di ballare il tango. – Ovvio domenica mi sono presentato ai corsi con una notte in bianco. Io non sono uno capace di camuffare le proprie emozioni quando queste travolgono. Alla fine dello stage, sono andato via stringendo la mano di Pablito; ricordo ogni parola che ha voluto spendere gratuitamente per me, - infoltita la rubrica telefonica di amicizie nuove, - e con una consapevolezza in più.

 

Vostro, Angelo Liuzzi.



[1] Adesso poi si sono messi in testa, spero non tutti i maestri, di voler insegnare alle donne che devono ballare appoggiando prima il tacco per terra, tenendo alzate le punte dei piedi, pazzi fuori di testa!

[2] Maestro di tango argentino, informazioni dettagliate si possono trovare nell'articolo Il Respiro di Carmona, presente a mia cura sul sito.

[3] Maestra di tango argentino, un tempo allieva di Ernesto Carmona, per informazioni: amaraycochero@hotmail.com.

[4] Maestro di tango argentino, allievo di Ernesto Carmona, per informazioni: lucatrupiano@tin.it

[5] I dati riportati qui, sull'onorario di Pablo Veròn, sono stati estrapolati per lo più dall’ascolto di una discussione tenuta dai gestori della palestra con alcuni allievi presenti allo stage, quindi presentano qualche attendibile margine di errore o di veridicità.


Angelo Liuzzi
ha pubblicato e mantiene aggiornate le informazioni contenute nella scheda.
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