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La Tinta

a cura di:Angelo Liuzzi

Non avevo capito nulla, eppure mi chiesi come avesse potuto sostenere un tale affronto. Lui, che era sempre così prodigo d'insulti, pronto a parlare male di chiunque si discostasse dal suo modo di vivere la passione: appieno, con l'aria che, secondo lui, doveva infrangersi sulle gote dell'ignoranza, lasciando esterrefatta la pelle, ignara nei sobborghi del pentimento, nei suoi nei più inquieti, rossa e prodigiosa portante come una luna di troppo. Eppure se ne stava lì, ore a guardare quel misero spettacolo da due lire.

Come se l'aria in quell'angolo di strada fosse primaverile, - l'estate torbida imperversa da un mese ormai, - seduto ad un tavolino da bistrot, bevendo il solito, era immerso nello stesso sguardo; potevo passare di lì la mattina per fare poi ritorno la sera e lui era sempre lì, al solito tavolino, con lo stesso sguardo, che guardava perso quel due lire di spettacolo. Nessuno osava più rivolgergli la parola, - già prima era pressoché impossibile, data la sua irruente spavalderia, - ma ora chi osasse incontrare il suo sguardo, in quei pochi momenti di lucida follia, subito riceveva un ammonimento da fiera, quando non chinava la testa come se ciò che avesse visto non lo avesse visto affatto.

Non era il mio idolo dell'infanzia, altri li ritenevo più audaci, ma come non rimanere incantato dai racconti dei miei vecchi, quando sentivo che aveva cacciato qualche coltellata di troppo nel ventre di un imbecille… Naturalmente tutte leggende, - continuo a ripetermi! - altrimenti com'è possibile che l'abbia fatta sempre franca!

E adesso? Guardatelo, da non crederci! Mi sono seduto al tavolino accanto al suo, oggi. Volevo scoprire cosa guardasse di tanto importante. Nei primi minuti mi sono detto: guarda nel vuoto, guarda solo nel vuoto…, è andato ormai! L'eroe di tante leggende infantili si è spento; è il fantasma di una malattia, forse, o semplicemente della vecchiaia! Ma ad un caffè ne seguì un altro, e poi un altro ancora, così, come di uno sguardo segue un'immagine correlata di sogni. Ad un tratto, tanto mi ero immedesimato nel tentativo di carpire cosa lui stesse guardando e pensando, che mi sembrò possibile essere lui, meglio, i suoi pensieri e i suoi occhi seduti fuori dal suo corpo, accanto, nell'altro tavolino, - in questo! - ed io, altro da me stesso. Ora mi sembrava davvero vedere cose mai viste. Eppure la strada di lato era la stessa, stesse le mura sporche e stesso il pattume dimenticato dagli spazzini. L'osteria puzzava come di consueto, ma non faceva più caldo, non faceva davvero più caldo.

Gli occhi si posarono su quella che mi era sempre sembrata una macchia di unto, all'angolo tra la strada e il vicolo di fronte al tavolino di questo bistrot. Ma non era una macchia di unto lasciata da qualche busta di pattume rotta, e non era sangue, come la fantasia vorrebbe, e non era orina di gatto o cane. Era lì, semplicemente, tutta la sua vita. In quel vicolo era nato e nessuno lo sapeva, forse nemmeno lui, lo aveva dimenticato. In quel vicolo aveva mosso i primi passi, - e non dei semplici passi, - tra le gambe dei suoi vecchi mentre intonavano qualche estribillo che giurava il loro amore impossibile. Con le sue piccole mani s'aggrappava ai pantaloni rotti di suo padre, infetti di malaria che, di lì a poco, avrebbero portato alla morte quei vecchi, e che ancora s'aggrappa con una mano, mentre l'altra stringe la tazzina vuota del caffè e i suoi denti le labbra bruciate dall'arsura e dal caffè. Era nato in quella macchia, era il suo letto d'ospedale, la culla, la sua prima zuffa, la prima coltellata, la prima donna abbandonata, il tetto di una casa che non ha mai avuto ma che cigola e cede ugualmente, perché cigolano e cedono tutte le case che ha usato, perché vagabondo di bordello e di stanze di penombra prese a poche lire.

Una macchia che ora lo assorbe come se fosse una voragine senza fondo o, più semplicemente, la maglietta appena pulita di un bimbo, che brama nuovamente il suo gelato, ed ora, lui, gelato in quello sguardo si confonde con i volti senza dignità dei passanti, della gente comune che mangia sedutagli accanto, in questo bistrot che paga uno spettacolo da due lire, con il mio volto, uno dei tanti, che ha sognato almeno una volta di essere come lui: audace, ma non il più audace, quanto sarebbe bastato per comprarsi un pezzo di vita che avesse il sapore di qualcosa di buono, come il pranzo della domenica magari, che oggi sa di lunedì, di martedì e di tutti gli altri giorni uguali, perché tutti i giorni e tutti i pranzi sono uguali ormai. Anche la merenda ha perso il suo valore di merito. Insomma una vita che sapesse di qualcosa, ma ora mi accorgo che forse la sua vita adesso è più infelice della mia. Allora forse non ho sbagliato di molto, anche se credo che lui se la sia goduta almeno, per quanto abbia potuto!

Impossessatomi di nuovo dei miei pensieri, mi sono accorto che lui non c'era più al tavolino, e da un pezzo, come la ragazza dei tavoli mi ha detto. Cercai altrove con lo sguardo, poi il mio occhio ricadde sulla macchia. Fu così che decisi di alzarmi e di andare a pisciarci sopra. Lo scrollai per bene, poi, ad un tratto, - eccolo! - seduto per terra dietro un cassonetto dei rifiuti mi fissava con gli occhi gonfi di lacrime che non vogliono uscire: come una finestra chiusa, d'estate, mentre tu di dentro sudi da fare schifo. Me lo tirai su, chiudendo cautamente la cerniera, scrollai anche la gamba come fanno i cani, poi gli diedi le spalle e me ne andai. Ma come non fare il giro dell'isolato e tornarci sopra…! Alzai tenacemente il passo e giunto mi accorsi che non c'era più, nemmeno questa volta. Allora mi sentii gelare la nuca, non capii da subito che ero stato colpito. Quando riaprii gli occhi mi trovai su quella macchia con le tasche strappate e la camicia anche. Non avevo più i miei soldi, ero stato derubato. Quanta poca dignità può assumere un uomo steso per terra all'angolo della strada…, ma te ne rendi conto solo quando ci finisci tu per terra. Arrivò la sera come arrivano i lupi per addormentare i bambini: al momento giusto, ed io, come loro, ne fui colto impreparato; io, che volevo ancora guardare l'ultimo film della notte.

Non avevo soldi quindi…, mia moglie di lì a poco mi avrebbe confessato il suo adulterio ed io mi sarei dovuto cercare un modo per passare la nottata, in preda all'angoscia di dovermi costruire un altro quotidiano, per non essere costretto ad affrontare la vita da sobrio. In proposito dovevo gestire la mia sete, perciò trovare un buon amico, o più, che mi offrisse da bere.

Andai dagli amici, e mi resi conto di non avere amici. Andai quindi…, e cercai una milonga. Ma dovetti cambiarne non poche, avevo sete di ballare sul serio, e per farlo le luci dovevano non esserci, se non per indicarmi l'uscita. La musica poi, avevo voglia di musica che facesse dimenticare al mio petto di avere un cuore: così volevo sentirmi… Non seppi resistere alla tentazione, di solito non invito le professioniste, ma quella sera qualcosa mi diceva che ne avrei avuto bisogno, forse conforto. Solo forse non volevo applicarmi più di tanto e desideravo una donna che capisse subito cosa volessi senza troppe storie, come una puttana che paghi per soddisfarti. Fu così che conobbi La Tinta, - posso chiamarla così? Posso donare questo nome a un sogno? - più che conoscerla, la scoprii. Ma se credevo soltanto che fosse una ballerina, quando mi svegliai nel suo letto capii che per vivere faceva proprio altro; ma stranamente non mi chiese un soldo. Ancora oggi non so spiegarmelo! Forse in alcune condizioni è ancora possibile donarsi senza volere nulla in cambio: ma sì…, perché non credere ch'ero stato capace di donarle qualcosa che aspettava da tempo, così come lei è stata capace di donarmi qualcosa che avevo smesso di desiderare!

Riguardo al ballo, non ricordo niente, non ricordo proprio niente, solo…una volta cinto attorno a me il suo corpo, come una serpe cinge l'albero per raggiungere la sua preda, - morsa la bestia! - non rimaneva altro, per questa, che abbandonarsi al deliquio, e per me, come se quella bestia avesse avuto in corpo chissà quale fruttuoso veleno da condividere, l'oblio.

Aprii gli occhi, - ho detto, - e la vidi seduta con gli occhi sgranati che mi fissava. Non una parola, non un respiro. E nemmeno io riuscivo a muovermi, nemmeno io sembravo respirare. Una congettura la mia vita, mi rendo conto che è stata solo una grande congettura. Incominciai a riprendermi. Mi alzai. Ricordo che le chiesi qualcosa, lei annuì, forse le chiesi se non le dovessi niente…, oppure del caffè, non ricordo bene. Me ne andai.

Da allora tutti i giorni mi siedo ad un tavolino da bistrot, bevo il mio solito caffè, e nessuno osa più rivolgermi la parola e lo sguardo. Solo oggi un giovane mi ha pedinato fino a sedersi nel tavolino accanto al mio. Fissava continuamente una macchia di non so cosa sulla strada accanto al vicolo di fronte al bistrot. Quanta tenerezza nei suoi occhi…, ma lo lasciai stare. Volevo tornare da mia moglie, - ma non per chiederle il perché, solo per prendere alcune cose mie, - quando venni colto da un malore improvviso. Non c'era nessuno attorno a me che mi potesse aiutare, poi vidi passare quel ragazzo così gli chiesi aiuto, ma pisciò per terra e mi voltò le spalle. Nel frattempo rinvenivo. A carponi costeggiai le pareti, poi eccolo di nuovo quel maledetto. Mi avventai addosso colpendolo con il tacco della mia scarpa. Cadde per terra stordito, ed io sopra di lui. Gli rubai tutto, anche i suoi documenti d'identità…, gli rubai il nome.

Non ritornai più da mia moglie. Cercai La Tinta in quella milonga tutte le notti che non venne. Ancora l'aspetto, e intanto penso a quel ragazzo che ho derubato. Magari voleva solo dirmi qualcosa perché aveva sentito parlare di me da piccolo. Dovevo apparire agli occhi dei bambini quasi come un idolo, e solo perché mi davo da fare col coltello. Ma non ho mai ucciso nessuno io. - Tinta dove sei? Ho voglia di ballare ancora con te il nostro tango d'oblio.

Ma La Tinta per trovarla la dovevo cercare altrove. Non ricordavo dove fosse casa sua fino a che non vidi ancora quel ragazzo. Non so perché lo pedinai…, mi venne così naturale. Capii che La Tinta era sua moglie, ed io, forse, gliel'avevo già portata via. - Lascialo per me…! le chiesi. - Mi giurò amore eterno, ed io ancora le credo, ballando il nostro tango d'oblio, smarrendo i nostri ricorsi nella dimenticanza. Ma La Tinta…? È il letto morbido che mi lascia di notte insonne, l'inchiostro rosso nel grigio di ieri *, è la vita che, così…, prepotente…, non mi lascia andare, come forse avrei voluto quel giorno, seduto a quel tavolo da bistrot, guardando quella macchia d'inchiostro su questo foglio bianco che, come lei, non mi lascia respirare fino a che la parola fine non vi compare sopra. La parola fine, che pur tanto lei odia - e anch'io, - e il tango che non può…, non deve…, lasciarsi morire.

 

A. Liuzzi.

 

 

 

* Tinta roja: canzone di Cátulo Castillo e Sebastián Piana, COMAR, 1941; testo consultato: T come tango di Meri Lao, 2001 Elle U Multimedia srl, Roma.


Angelo Liuzzi
ha pubblicato e mantiene aggiornate le informazioni contenute nella scheda.
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