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Los Féca

a cura di:Angelo Liuzzi

Era dunque una questione di solitudine, come tutto per me. Che mi inizia alla scrittura. Alle persone. Al mio parlare così disorganizzato. Un mettere dei punti laddove non ci vogliono. Se mi sentissi un po’ meno solo, forse, non sarei qui a darmi le risposte sbagliate. E, semplicemente perché ho solo le domande a cui nessuno vuole rispondere, non vedo perché io debba essere più saggio di altri fino al punto di doverle affrontare.

Ed ancora una volta è la solitudine che mi spinge in questo posto che, così lontano dalla mia natura, intorpidisce i miei sensi facendomi ripiegare in situazioni così complesse che solo il voler sopravvivere è in grado di farle superare. Quando hai fame e non hai di che vivere, fai di tutto per mangiare, anche se sei costretto a fare cose di cui un giorno ti potresti pentire. Così, qui, seduto ad un tavolino, a consumare consumandomi, una bevanda la mia vita, la più alcolica possibile nella maggiore quantità accettabile, - come me di me, - vi guardo! mentre ballate il vostro tango, che poi è anche il mio. Il nostro. Il mostro che fa di noi quello che vuole e ci trascina e ci perde e ci guida e ci fa ritrovare. Dico queste cose non correndo alcun rischio di essere giudicato presuntuoso, visto che Borges le ha dette prima di me, oltre che a dirle in maniera più degna.

Alzo il bicchiere come alzo il sorriso e lo sdegno. Alzo il bicchiere come se fosse una nota al di sopra delle note, ballando un tempo più veloce del dovuto, come il tempo che separa il mio respiro dal vostro prendere fiato nell’ingoiare il bicchiere, diverso dal tempo con cui lo ingoiereste voi. Ma non sono affatto diverso da voi. Non ho più cose di voi. E le domande poi, le domande sono le stesse. Ripetendomi: do solo le risposte sbagliate, riponendo nei miei sbagli tutta la mia vita. E così, bicchiere dopo bicchiere, tango dopo tango, donna dopo donna, sono sempre qui, al Los Féca, aspettando una possibile Lujanera che mi contenga. Guai a chi mi tocca! a chi mi importuna! Chiudo gli occhi riaprendoli a galla della bevanda che così accuratamente mi ha scelto, come il tango ha già fatto, un giorno, mentre passavo davanti, per caso, ad una palestra che smerciava, dietro una tenda mal chiusa, quello che sarebbe divenuto, col mio maestro e i suoi allievi, il tango.

Non è con le sue note che mi ha rapito, non con i suoi occhi sottovuoto di maschera donna, non con le sue figure fuori dalla scena, ma è con la marionetta di un uomo che guida se stesso verso qualcosa più grande del sé. Questo mi ha coinvolto profondamente. La capacità di un essere inatteso che esplode senza esplodere, che balla senza ballare, che ama pur non amando. Ma nell’esplodere ama ballare. O ama dell’esplosione il ballo. Tutto questo, però, non si vede affatto. Quindi cosa ho veduto io sbirciando in quella vetrata, cosa vedo mentre vi osservo ballare? Maestri e principianti.., io vedo una luce impercettibile che basta ad illuminare la sala, e poco importa che voi siate bravi nel ballare, quello che a me interessa è che vi senta vivere rimettendovi costantemente alla prova. Siamo tutti piccole e grandi e non dobbiamo aver paura di esprimere quello che siamo, tanto ballando non possiamo mentire, è impossibile! È vero anche che molte luci si spengono nelle note. Ma ciò che si spegne non si vede più ed io non ci faccio più caso. - A voi spenti, dico!

E ditemi, i miei occhi brillano? perché tanto mi piace ciò che mi spiacque in vero. Ubriaco morto del quotidiano che non mi ferma nel venire da voi e da me, vivo ad occhi aperti un sogno che non si esautora nell’impossibilità che voi mi capiate o meno. Perché quello che cerco me lo dà tutto di voi. Mi basta toccarvi, annusare i vostri umori. Anche se balbettiamo di continuo. E non si balbetta solo con le parole, si balbetta anche col corpo. Io, - forse per questo ballo, - così non sono costretto a parlare con un linguaggio che ancora non so usare. Il linguaggio delle parole abusate, dico! Evito di violentarle..; - cosa? - a sì! È vero, a volte violento il tango, ma è il tango stesso che me lo permette.

Di cosa ho bisogno io per vivere? che voi continuate ad esistere, vecchi o nuovi ballerini che siate. Perfetti o storpi. Quindi affollate questa milonga, vi prego, affogatela, consumatene ogni particella d’aria cosicché ogni peto in pista si senta, - ma che non si vedi! mi raccomando. Ogni venerdì sarà lo stesso e diverso fino a che non arriverà una Lujanera per ognuno di noi uomini e un Rosendo il Picchiatore per ognuno di voi donne, allora il tempo si fermerà un istante molto lungo. Il tango stesso si fermerà, e vorrà vederci vivere, perché sarà stanco di farsi vedere ballare.

 

Per chi vuole sapere qualcosa di più sulla Lujanera o su Rosendo, il racconto: Uomo all’angolo della casa rosa, in Storia universale dell’infamia di Jorge Luis Borges, Adelphi Edizioni.

 

 

 

 

 

 


Angelo Liuzzi
ha pubblicato e mantiene aggiornate le informazioni contenute nella scheda.
invia una e-mail a angeliuzzi@yahoo.it