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I Nuovi Maestri

a cura di:Elisabetta Muraca

I NUOVI MAESTRI di Elisabetta Muraca - novembre 2001 Le domande guida di questo breve scritto sono interrogativi che albergano dentro di me da lungo tempo. Più precisamente da quando, frequentando gli ambienti del tango (e prima ancora della salsa), qualcuno mi faceva notare che un Lui o una Lei, che fino ad ieri era uno/a dei tanti appassionati di questa alchimia danzante, si era messo ad insegnare. Stupore negli sguardi, sorrisi velatamente ironici, commenti fugaci caratterizzavano l’interazione col mio interlocutore. Abituata a dare senso alle mie reazioni, prima ancora di supporre quelle degli altri, mi sono sempre domandata cosa fa sì che una persona possa definirsi "maestro" o che, comunque, percepisca un compenso per insegnare ciò che aveva appreso, forse neanche da molto tempo, da altri che a loro volta avevano ricevuto insegnamenti simili. Chiedo aiuto ad un dizionario della lingua italiana e la risposta datami è : "Si definisce maestro chi è provetto in un’arte, in una scienza, in un mestiere, in modo da poter insegnare ad altri oppure chi professando una disciplina o un’arte con metodi nuovi, si forma una sua scuola". Continuo la mia ricerca ancora insoddisfatta e trovo alla parola "provetto" : Avanzato in età (il mio stupore aumenta ! !). Esperto, abile, esercitato in un’arte. Deduco allora che chi insegna riconosce a se stesso un’abilità particolare nell’esercitare la disciplina in questione, un’abilità comunque superiore alla media degli altri comuni praticanti. La seconda parte della definizione ci parla invece di "metodi nuovi", ovvero di quegli strumenti necessari per trasmettere un determinato sapere (non importa se del corpo o della mente) ad altri che ancora non lo possiedono; metodi però che devono essere originali, inediti, "nuovi", tali da poterli individuare appunto col nome del maestro che li ha inventati. Se però lascio momentaneamente da parte il rigore della ricerca e rifletto in libertà su chi si possa definire "maestro di tango" trovo subito un ostacolo al mio pensiero : in Italia o in Argentina ? Forse non a caso la geografia si interpone nella mia riflessione costringendomi ad analizzare la peculiarità del "prodotto" insegnato. Ebbene il tango è un fenomeno culturale nato e radicato nel popolo argentino e più precisamente nella città di Buenos Aires, e ogni volta che un comportamento sociale viene esportato e appunto sradicato dal suo luogo di origine subisce inevitabilmente alcune modifiche. Chi ha ballato tango a Buenos Aires sa in cuor suo che le dinamiche che si creano nella milonga porteña, il clima relazionale e i codici di invito non sono gli stessi che si respirano all’estero. Con ciò non sto affermando che laggiù, nel Rio de la Plata, sia meglio o peggio di qua, in Europa, dico solo che è diverso. Proseguendo nella riflessione mi scontro con un’altra domanda, forse un po’ più insinuante, proprio perché apre ulteriori parentesi : di quale stile di tango si tratta ? In Italia, come d’altronde anche in Argentina, chi si avvicina al mondo del tango coglie certamente alcune differenze nel modo di ballare: c’è chi balla aperto o fantasia e chi balla chiuso o milonguero. Cambia la postura, la "marca", l’accentuazione nei diversi passi, cambia ciò che si vede dal di fuori e ciò che si sente dal di dentro (inteso nel contatto fra i corpi). E anche qui non sto affermando che un modo di ballare sia migliore dell’altro, dico solo che ci sono delle differenze ; la scelta dello stile è puramente soggettiva e risale a motivazioni più o meno profonde del singolo ballerino. Riprendendo il filo del discorso si tratta dunque di definire se il "maestro" nasce come tale in Argentina o in Italia e se insegna uno stile piuttosto che l’altro. Noto a prima vista che i "nuovi maestri italiani" tendono ad insegnare più lo stile fantasia che non quello milonguero. Come mai ? Azzardo una delle possibili risposte : perché insegnare lo stile milonguero presuppone una sensibilità corporea, un sapere sottile del corpo e soprattutto dell’abbraccio che matura con gli anni e non può essere improvvisato o codificato in una serie di passi. A mio parere, indipendentemente dallo stile prescelto, chi insegna il tango di Buenos Aires, dovrebbe quantomeno aver percorso chilometri di pista, capito le norme che regolano l’insieme dei ballerini nello spazio collettivo, respirato l’aria rarefatta della milonga porteña, colto la differenza fra i diversi interpreti della musica e, soprattutto, dovrebbe aver ben chiaro che non si tratta di insegnare una coreografia predeterminata quanto di una abilità nell’ascoltare la musica e combinare anche pochi passi in forma creativa. E infine un particolare non trascurabile : dovrebbe insegnare a ballare con la donna (vale a dire, ballare con lei e non per sé o per il pubblico). Credo che molti maestri argentini residenti in Italia o di passaggio per l’Europa sottoscriverebbero ciò che ho appena detto. Esistono però delle variabili che non sono sotto la loro diretta responsabilità, per esempio il desiderio di protagonismo di alcuni allievi, il loro bisogno di identificarsi col maestro, la voglia di uscire da una vita mediocre e insoddisfacente, tutto ciò non è responsabilità dei Veri Maestri, nessuno può arginare la crescita dell’ego degli altri, soprattutto se non si gonfia solo l’ego ma anche il portafoglio dei "nuovi maestri". E’ probabile che l’incremento sul mercato di queste figure risponda ad altre variabili a me sconosciute. Il mio sguardo però è più sensibile alle motivazioni interne delle persone che non alle logiche occupazionali. A questo proposito desidero condividere con i lettori una recente esperienza vissuta nel mese di agosto a Buenos Aires, dove a mio parere i bisogni economici e di occupazione si intrecciano con le motivazioni dell’ego. Tutti conoscono la difficile situazione economica che sta attraversando l’Argentina in questo periodo storico, ovviamente anche l’ambiente tanghero risente di questa crisi, lo si vede in alcuni dettagli : le milongas si svuotano a fine mese in coincidenza con la fine dei soldi in tasca, i milongueros non escono tutte le sere come nei momenti di maggior tranquillità economica, ai tavoli sempre più spesso si vede la bottiglietta d’acqua minerale e non altre bibite più costose. In questo clima di austerità si sta verificando qualcosa che è sempre accaduto ma mai così evidente : "la caccia alla straniera", e non necessariamente con l’obiettivo di avere un’avventura intima, bensì con l’obiettivo da parte del bravo ballerino argentino di crearsi un contatto di lavoro all’estero ed avere la possibilità di emigrare dalla sua terra, così ferita economicamente. Ciò che più mi ha sorpreso è che la rinomata galanteria e capacità di corteggiamento dell’uomo argentino, viene ora usata per scopi diversi da quello del piacevole gioco di seduzione tra un uomo e una donna. Se poi la straniera se la cava discretamente col tango viene investita da una serie di gratificazioni e di eccessivi complimenti sul suo modo di ballare che è facile crederci, soprattutto se le lusinghe vanno a occupare lo spazio del bisogno (delle donne). Sentirsi dire : "Bailás como una Diosa, estás lista para enseñar. Si voy para Europa podríamos enseñar juntos" (Balli come una Dea, sei già pronta per insegnare. Se vado a Europa potremmo insegnare insieme) mette a dura prova anche la più debole dei Narcisi. Qualcosa di simile è accaduto a Cuba negli ultimi anni. Numerosi stranieri, uomini e donne, sono stati conquistati dalle note capacità relazionali dei cubani e delle cubane; il più delle volte questi europei diventavano l’unico ponte possibile per uscire dall’Isola. E siccome seduzione e tentazione spesso vanno di pari passo non dobbiamo sorprenderci più di tanto se la favola, messa in scena dai bisogni reciproci della nuova coppia formatasi, si realizzasse magari per un breve periodo. Infatti molti stranieri hanno allora creduto che, in quella splendida isola caraibica, finalmente avessero trovato la loro anima gemella. Purtroppo questa dolce metà incontrata oltre oceano poco tempo dopo si volatilizzava verso altri lidi. Ritornando all’argomento di questo scritto, possiamo supporre che per alcuni argentini di oggi il tango potrebbe dunque diventare un modo per uscire dal triste momento in cui versa la loro Patria. Potremmo allora dare loro il benvenuto, lasciare spazio nelle nostre milongas e nei nostri cuori perché ci portino un pezzetto originale della loro cultura tanghera, consapevoli che oggi tocca a noi italiani accogliere loro, così come per più di mezzo secolo l’Argentina ha accolto noi. Consapevoli altresì che il tango, per essere trasmesso lontano dal suo luogo di origine, necessiti di maestri professionisti o di milongueros con parecchi decenni di milongas sotto le suole. Forse così, posti a confronto, alcuni dei "nuovi maestri" potrebbero sperimentare dei sentimenti oramai dimenticati nell’era della globalizzazione : l’umiltà e il riconoscimento dei propri limiti.


Elisabetta Muraca
ha pubblicato e mantiene aggiornate le informazioni contenute nella scheda.
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