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Everloving

a cura di:Angelo Liuzzi

Il primo sintomo è stato la chiusura dello stomaco, come una casa che si chiude per le vacanze, come una scusa che si trova proprio quando non vuoi mentire. Ma non è come se tu fossi felice, di chiuderla, quella casa; anche se sai che un po' ti mancherà, se ci sei affezionato. È più come se ti si stringesse il cuore nel vedere l’amico che non crede alla bugia; solo che, questa sensazione, è perenne, talmente perenne che, ad un certo punto, mentire diventa troppo facile. È qui che scompare l’appetito, proprio come scompare l’esigenza della verità.

Ad un tratto, - ecco il sintomo successivo, - smetti di lavarti con quell’assiduità cara alle persone che si vogliono bene, almeno nel corpo; anche i vestiti, da prima, non ti accorgi di mettere sempre gli stessi, e per quanto tu li creda ancora puliti, qualcosa ti dice che, - più che ai vestiti in sé per sé, - è a quell’odore che non puoi rinunciare. Quell’odore che ti riporta ad un quotidiano che sai di non potere più avere. Solo la barba continui a fare con una certa assiduità, forse perché vuoi vederti nello specchio come lei ti ha visto, l’ultima volta che ti ha baciato, un attimo prima di donarti il suo addio. Dopotutto Lucifero è l'inferno nel paradiso, e tu eri il suo preferito, un atomo prima che, il suo no, ti stupisse con la forza del castigo. E, la barba, la fai per non dover vedere nello specchio come ti ha combinato quella puttana.

Questo è un altro sintomo, forse è quello più vicino al primo, anche se non è l'esatto successivo. Hai bisogno di difenderti, allora il tuo organismo non può fare a meno di offenderla; come la volpe, troppo furba per una stupida trappola. E tu, la trappola, l'hai presa in pieno! Ma quell'odore, quei vestiti smessi solo dall'aria; la finestra, sempre aperta, per poter vedere meglio la strada; il telefono, a portata di muso più che di mano, ti spiega che, forse, non è proprio la puttana che tu vorresti che fosse. Sarebbe tutto molto più facile. Ma lei non lo è, non lo è mai stata, se non come e quando… tu solo lo sai - il suo muoversi ti ha rapito prima ancora di toccarti, prima che i suoi occhi, la sua bocca, i suoi capelli disegnassero quell’incantesimo nel quale solo un uomo può cadere, mentre una donna, se si guardasse allo specchio, non potrebbe fare a meno di scoppiare a ridere…

Intanto, se sei fortunato, puoi cercare di drogarti in qualche maniera, ma uno come me, - non perché contrario alle droghe, proprio per il suo opposto, - non può drogarsi. Anzi la lucidità diventa droga. Il diavolo deve pur respirare bene nel tuo corpo, per poter consumare bene ogni brandello della tua carne, che piano dimagrisce a vista d’occhio!

La fase successiva, almeno quella che riguarda i vestiti, è dove ne incominci la cernita, e ti dici: questo le piaceva molto, questo di meno; allora ti assicuri se tra questi, magari anche tra quelli nella cesta della biancheria sporca, ci sia qualche indumento privilegiato. E lo indossi! I tuoi amici, quando li hai, - io ne ho qualcuno, - fanno fatica a riconoscerti, anzi diciamo proprio che non vorrebbero mai averti incontrato, perché, subito dopo, anche se non vorresti, - io non volevo affatto, e nemmeno me ne rendevo conto, - incominci a rispondere alle solite domande del cazzo, dimostrando loro, con una vera espressione grottesca, che stai malissimo, suscitando una pena inaudita.

Oggi, - è solo il terzo giorno dalla fine della mia storia con Angela, - sono uscito presto! Mi sembrava che facesse freddo, infatti mi sono coperto molto, ma, in queste condizioni, la realtà cambia notevolmente. Difatti continuo a non mangiare e a non sentirne affatto la necessità e, a detta di tutti, ho scoperto che, oggi, è molto più freddo di quanto io non abbia avvertito. Ho girato buona parte di Torino su quella che dovrebbe essere una bicicletta, ma che, in realtà, è una ferraglia arrugginita che cigola ad ogni pedalata. - Il rumore si faceva più forte quando portavo Angela sulla canna. Ma l’amore, - mi dicevo, - doveva pur manifestarsi quando non poteva fare a meno di tacere. E per me l'amore era tutt’altro che tacito. Avevo voglia di gridarlo anche agli sconosciuti, come a voler dire: guardate, massa di coglioni, noi ci amiamo, e voi che siete? Luridi porci accattoni di quotidiano!

Ed ora il  coglione sono io, con in tasca appena gli spiccioli di quell’amore: nemmeno lo sento più il cigolio della mia bici. Ormai non sento più niente, solo mi aggiro come un vampiro a cui, ormai, fa schifo la notte; sono per le strade, alla ricerca di sguardi consapevoli come di una spiegazione che volessero darmi. Ecco che, allora, scopri quante persone si chiamano col suo nome. Un nome osceno sulla bocca di tutti, che non può essere pronunciato così impunemente, allora - mi dico: - saranno puniti come lo sono stato io. È un nome a cui si deve del rispetto, ne era bacio sulla mia bocca il suono, come si permettono loro di violentarlo così?

Mi rendo conto che si fa tardi, ed io non volevo affatto tornare a casa. Mi ripetevo che avevo paura! Intanto i miei occhi sanguinavano senza lacrime. Un bambino commosso, al parco, nel primo pomeriggio, mi voleva dare un morso dalla sua stecca di cioccolato. Questo suo sorriso, confusosi col mio, è stato congelato per sempre nella mia testa come il primo frutto positivo di ciò che questa separazione mi ha causato. Di lì, a poche ore appena, avrei constatato che la mia paura era reale e non solo un incubo.

Avevo paura del vuoto, allora mi sono messo nella pelle della cavia nella scatola degli uccellini, che si usa quando sono venduti ai proprietari di pitoni o di serpenti vari; nemmeno una bara adeguata, pensavo! Così vedevo la mia casa, e più di ogni altra cosa la mia camera da letto. La finestra ne era lo spiraglio dal quale io dovevo respirare a bocconi, per non soffocare dalla mancanza - non dell'aria, certo! - della sua presenza. Assioma inevitabile: Angela è l’aria che non potrò più respirare, e ciò che respiro adesso ne è solo il residuo, come un ricordo nella stanza di un assassinio per un assassino.

La mia è una camera comprata con i risparmi di ciò che ho osato chiamare amore. Non era più la mia camera da letto, ma la scatola del topo che andava in bocca al pitone. E il pitone era come nascosto ad ogni suo angolo: sul bicchiere, dove le labbra di Angela si sono posate per la prima volta, sui suoi slip, lasciati nel letto, per sbaglio forse, una volta e che uso come nastrino per legarmi i capelli, da quel giorno ogni giorno, - a questo punto, dovrei dire che li ho lavati già molte volte, ma non è vero, li ho lavati solo nella misura in cui ogni giorno mi sono fatto la doccia con loro; giacché, slegandomi i capelli, potevo annusarla un po' prima di incontrarla. Il pitone, insomma, è ogni ricordo che ha preso dimora in questa stanza e che, affamato da molti mesi, aspetta solo che io mi addormenti. Ma i sogni non possono davvero nulla, altro sintomo della malattia: non dormo!

Mi rigiro nel letto con il telefono sotto il braccio; nudo, come al solito, ma ho freddo e non ho la forza di coprirmi. Così la chiamo, e lei per fortuna ancora mi risponde: mi vuole bene. Quale arroganza l’amore ci concede! Mi calma, subito dopo devo io calmare lei. Non è facile per nessuno. Allora mi chiedo perché sia finita. Perché la vita tra di noi era un sogno, e di sogni non si può vivere. Nessuno mai la possederà come io l’ho posseduta e nessuno mai l’ha posseduta! - Vogliamo fare a gara? Accetto la sfida brutti figli di puttana!

Eccolo! L'ultimo sintomo della malattia: si manifesta come un cancro al cuore, che aspetta solo che tu lo scopra quando è troppo tardi. È lui davvero, che ti ammazza il respiro in corpo: è la gelosia! L'amore non muore se smetto di vederla, mi ripeto tuttora come nei film! Ma il suo amore? E chi l’avrà tra le braccia questa notte alla milonga, dove ci recheremo assieme; come due buoni amici che non si vedono da secoli. Sarei pronto a chiedere aiuto a chiunque, persino al suo ex: una parola di conforto come io non sono stato in grado di dargli, quando gliel’ho portata via.

Balleremo e, forse, mi sembrerà che tutto è stato un sogno, che Angela è ancora mia. Ma a casa mia so chi mi aspetta! Ma ho bisogno di tutto l’aiuto del mondo e so che da solo non potrò farcela! Un angelo vero forse potrebbe aiutarmi. Oggi, subito dopo il morso a quel pezzo di cioccolato, una dolce amica è stata capace di farmi sorridere, di più di quel bambino. È stata capace di regalarmi parole di zucchero, ma è lo zucchero che si dà al bambino quando la medicina è troppo amara. Così guardavo quel telefonino come il bambino proietta le sue angosce sul cucchiaio. Ma il messaggio era davvero di zucchero. Mi diceva: “ok! Inizio operazione restauro sentimenti: necessari buona volontà, amici, tango e sorrisi… Passo e chiudo”, poi finiva col firmarsi col nome più dolce del mondo.

Avrò proprio bisogno di un angelo vero per superare tutto questo e per ammazzare il serpente che, del resto, non vuole nemmeno pagarmi la pigione. Ma forse devo io qualcosa a lui, gli devo il fatto di avermi permesso quel morso proibito; ora so, ora conosco la differenza tra il bene e il male… Questa sera ballerò come non ho mai ballato prima, ma non perché più bravo, - no! - semplicemente perché saprò che nulla potrà essere più doloroso di tornare all’albero del peccato, quando il peccato l’hai già commesso! Auguratemi buona fortuna, ne avrò bisogno, io vi auguro la mia!

Un ultima cosa: vedrò di mangiare qualcosa, mi laverò, mi cambierò d’abito, e avrò un sorriso malinconico forse, ma non le farò pesare nulla; io, Angela, non posso smettere di amarla, ma posso smettere di desiderarla e il mio tango, questa notte, sarà un tango lento: chi avrà voglia di ballarlo con me sentirà tutto quanto.

   

Anonimo.

 

 

 

 

 


Angelo Liuzzi
ha pubblicato e mantiene aggiornate le informazioni contenute nella scheda.
invia una e-mail a angeliuzzi@yahoo.it