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Effetto Tango (prima parte)

a cura di:Angelo Liuzzi

Dove il confine che separa la realtà dalla finzione nei miei articoli, dove il calice rotto da cui il nettare fuoriesce a nostra insaputa. Effetto Tango nasce da un esigenza fisica di voler a tutti i costi portare in nuce tutte quelle emozioni, azioni, che in una milonga, che uno stage, un incontro o delle semplici lezioni di tango possono suscitare in persone, come credo siano, “particolari”. Ma come avrete, se vorrete, opportunità di leggere quanto segue vi imbatterete subito in una difficoltà formale, la possibile ripetitività, per la quale io chiedo un po’ di pazienza.

 

La prima volta che ho tentato di scrivere quanto segue.

È trascorso un po’ di tempo dal mio ultimo articolo – pubblicarlo non è stato per niente facile, - in questo tempo ho cercato di fare il punto della situazione. Troppe emozioni sono state messe in discussione, a volte incontrollabili, a volte imprigionate laddove non potessero causare male ad alcuno. Ora mi trovo nella condizione di sentirmi in obbligo di dare alcune spiegazioni, spiegazioni non solo per quanto scritto finora, ma anche di quanto segue. Se fatica m’è costato: “Il Tango di un Bacio Interrotto”, fatica ancor più grande per me è questo Effetto Tango – mettere la propria esperienza a nudo; - in più l’esigenza di trovare un punto d’incontro con un altro articolo che non mi da pace da molte settimane: Il Respiro di Carmona[1].

Quando ho iniziato a scrivere gli articoli sul sito la mia prerogativa era fermare su questo foglio meccanico[2] la verità che i miei occhi credevo capaci di vedere. Trasportare le emozioni, non solo mie, ma anche di chi, con me, accompagna la propria vita in questo stretto labirinto che, noi ballerini, formiamo nella pista della milonga. Volevo rendere reale quella coltre di emozioni che ci fanno vivere nella perpetua ricerca di un ideale, quale esso sia. Il rischio però, facendo anche dei nomi, è stato subito quello di mettere in difficoltà delle persone, che magari sono abituate a vivere segretamente le proprie emozioni, come credo sia anche giusto; non è un caso che abbia chiamato in causa me stesso come oggetto e soggetto di giudizio. Ora però ho una tale confusione nella testa e una paura tale di essere giudicato per quello che non sono, o meglio, per quello che non ho cercato di creare nei miei articoli: la falsità.

Alcuni dei miei compagni di tango hanno cercato di farmi capire che non era affatto necessario che io trovassi spiegazioni al mio comportamento, persino Desy, che da oggi chiamerò Spigolo, sperando che possa perdere d’identità nella memoria, non voleva affatto che io mi preoccupassi. Ma di cosa? - Starete pensando voi adesso, certo, ecco: - la mia storia amorosa nel tango è un po’ come la favola di al lupo al lupo, dove ogni compagna con la quale sono entrato in sintonia nel ballo ho creduto capace di sintonia nella vita sentimentale. Che sciocco! - Penseranno i più navigati, ebbene sì, - parecchi danni, non certo irreparabili, sono stati commessi. Da prima la storia con Culo de Pifia, poi l’infatuazione ossessiva durata sei mesi per Spigolo, ed ora, eccomi pronto a pubblicare una corrispondenza tra Arbolito (me mismo) e Palomita. Tutto questo stravolgimento della mia vita amorosa, così repentino dal far credere alle persone che mi circondano che ci sia poco di vero in me, ma io sento il bisogno di far capire che il tango per me, come credo per tutti, ha avuto una tale forza devastatrice, che non poche volte è stata messa in crisi la mia stabilità mentale, nonché corporea.

Io aspettavo solo quel lupo - chi non lo aspetta? - Ora quel lupo è arrivato, solo che nessuno mi crede. Nel giro di due settimane la mia vita è talmente cambiata che anche se il sale, che ho creduto di perdere con il rifiuto di Spigolo, fosse cannella, ora io non me ne accorgerei. Il lupo, che stranamente ha il nome di Palomita, ha reso la mia vita, e quindi il mio tango, un sogno che le mie mani toccano ogni giorno, e non ci sono starnuti che impediscano questo cammino, anche se molti hanno voglia di fare opposizione. Opposizione perché è stato stravolto un equilibrio formatosi nel tempo. Palomita era la donna di vita e di tango di Cara de Cera, ma forse dovrei smetterla di trovare giustificazioni, anzi credo proprio che dovrei far prendere una giusta piega a questo articolo.

Solo un’annotazione, la mia non è affatto presunzione o voglia di egocentrismo - sono una persona così riservata nella vita, - ma io spero davvero di poter dare un giusto nome alle emozioni che ci tranciano in due, visto che per primo ho dato nomi complicati a cose così semplici, come lo può essere ballare un tango… a volte!

 

La seconda volta che ho tentato di scrivere quanto segue.

Cos’è un giorno o una vita intera senza quel dolore, quella rabbia, quel castigo, quel dialogo d’emozioni che noi chiamiamo malamente amore; cos’è un giorno, un’ora, un attimo appena, vivere dopo che si è perduta la ragione del proprio essere. Ognuno di noi, chi in piena consapevolezza chi no, è alla disperata ricerca di un senso che liberi in discrezione la propria vita da quel senso di colpa di essere sempre più fortunati di uno storpio, di un malato grave, di un andicappato, di un bambino violentato o persino di un folle. Cerchiamo quell’ideale che, almeno, ci permetta di illuderci sotto le spoglie di una speranza divina, dove divina può anche non avere alcuna accezione religiosa.

Nei miei articoli ho ricercato solo la verità, la più relativa possibile, e l’ultimo mi ha spezzato il fiato, il rifiuto di Spigolo credevo potesse accompagnare la mia vita fino al rimpianto dell’ultimo giorno, ma io sono “uno che scrive” e si sa: a volte la mano va più veloce del cuore in quella disperata ricerca che noi uomini chiamiamo così bene “amore”, troppo facilmente forse – se si usasse la parola odio quanto amore, non saremmo più in grado di odiare probabilmente. Ma io ero come abbagliato, stordito, il tango n’è stata la causa, o meglio, la mia debolezza che ha permesso al tango di sconvolgermi i sensi, confondendomi fino all’eccesso. Quanti di noi, presi dall’impeto di un ballo – ci siamo passati tutti al vaglio delle prime armi, - hanno creduto che non fosse solo la passione di un bel tango, ma di un’armonia ricercata da sempre. La differenza tra voi e me sta nel fatto che, mentre voi lo avete comunicato magari al vostro amico più fidato, io l’ho reso pubblico, e non mi sono pentito! Non me ne sono pentito affatto nemmeno quando, come nella favola di: “al lupo al lupo” infinite volte ho gridato all’Amore… all’Amore! Ed ora, che questo mi ha colto con lo stesso languore di un tango antico, nessuno mi crede.

Sulla lapide di Modigliani si legge: “Amedeo MODIGLIANI / Pittore / Nato a Livorno il 12 Luglio 1884 / Morto a Parigi il 24 Gennaio 1920 / Morte lo colse / Quando / Giunse alla gloria – Jeanne HEBUTERNE / Nata a Parigi il 6 Aprile 1898 / Morta a Parigi il 25 Gennaio 1920 / Di Amedeo MODIGLIANI / Compagna devota fino / All’estremo sacrifizio”. Ditemi ora, cos’altro potrebbe desiderare una mano come la mia dalla propria vita. Questo è il mio ideale, questo è lo que ho sempre sognato, con tutto ciò che può comportarvi. Trascino su questo foglio meccanico una corrispondenza privata tra me e il lupo che ha rapito, in sole due settimane, tutta la mia vita; vita che oggi mi accorgo priva di quel senso che ora so di aver trovato.

Sono morto e nato il giorno in cui l’ho veduta per la prima volta, covando la mia passione per lei in segreto. È accaduto in dicembre, quando ancora non sapevo cosa volesse dire ballare un tango. Sono morto e nato la prima volta che ho ricevuto una sua lettera, che custodisco così accuratamente nella stanza più nascosta del mio corpo. Sono morto e nato la prima volta che l’ho posseduta e che lei ha posseduto me, tra fremiti e lacrime. Il nostro quotidiano è talmente cambiato che le persone attorno ci guardano con occhi diversi, insoliti. Cosa centra tutto questo col tango?

Sono mesi che tento di scrivere uno stralcio di articolo sul maestro di tango argentino Ernesto Carmona: ho raccolto una vecchia intervista, le parole di molti, ho potuto conoscerlo, sono diventato uno dei suoi tanti allievi, ho cucito una mia intervista quanto più ridicola avesse potuto un giornalista impacciato, l’ho adorato, considerandolo poco più di un uomo; personalmente lo considero una puttana e un santo nella stessa misura: una puttana perché siamo disposti a pagare qualsiasi cosa pur di averlo, un santo perché capace di rapirci in estasi tra le sue braccia!

Alcuni mesi fa, a Buenos Aires, Ernesto Carmona aveva preannunciato che, la compagna che ora chiamo la mia Palamita, avrebbe lasciato il suo uomo. Palomita scoppiò in un pianto feroce, non voleva crederci! E in queste due settimane, come avrete capito, tutto è accaduto. Io, in questi ultimi anni, ho cambiato spesso nido, la fortuna lo ha permesso fino a questo momento, ma ora io so di aver trovato quel nido che ho sempre cercato così prodigo. A me - Hombre, come Carmona mi chiama, - e a Palomita non ci ha unito il tango, ma il tango è stato per noi il traghetto di Caronte: come due amanti dannati abbiamo continuato a far da spola tra rivo e sponda nell’attesa di una qualsiasi destinazione, purché, ora lo sappiamo, sia la stessa.

Questo scrivere ha unito i nostri corpi. La nostra, dapprima, è stata una corrispondenza amorosa, solo corrispondenza, nella quale abbiamo tentato con tutte le nostre forze - lo giuro! – che rimanesse tale, ma più il tentativo di respingerci era grande, maggiore era il desiderio di essere un unico scritto su di un unico foglio, quanto più corporeo sia questo sentire; ma nemmeno qui il tango ha avuto una grande valenza: non abbiamo ballato assieme più di quanto lo abbiamo fatto nel letto, nascosti dai soli marciapiedi di un porto e ovunque. Diciamo pure che il vero tango noi lo abbiamo vissuto tutte quelle volte che i nostri corpi si sono uniti ad anima nuda sotto le spoglie di una luna di troppo, visto che i nostri incontri per ora, come i sogni, succedono dal tramonto all’alba, ogni giorno. Ora capirete la mia esigenza di far luce su questo mio vivere. Finché la vita - per uno che scrive, - rimane nell’ombra, non è vita, si ha il bisogno di sapere che tutto sia reale, per questo voglio sapere che i suoi baci sono veri, che il suo respiro di spirito è vero, che il fatto che ora sia mia è vero. Abbiamo dichiarato il nostro amore a tutte le persone di nostra conoscenza come se questa fosse un’esigenza fisica più che mentale, entrambi ne abbiamo bisogno; un’esigenza che, se non soddisfatta, avrebbe potuto causare un male estremo tale da far scoppiare i nostri cuori.

E Cara de Cera, o Gato Blanco come lo chiamano altri, che fine ha fatto? E Spigolo? E Culo de Pifia? Armisia? Nosferatu? Ossia tutte quelle persone che hanno seguito il corso dei nostri anni; noi speriamo che continuino a ballare con noi un tango infinito, un puro ballo senza dover aggiungere altro. L’altro lo possiamo aggiungere solo io e Palomita ballando assieme, vivendo assieme…, ma in tutto questo, Ernesto Carmona? In tutto questo Ernesto è Caronte, il nostro traghettatore. Il traghettatore però non solo di anime che si sono perdute, ma di corpi ignari delle proprie potenzialità, che vagano nella disperata ricerca di qualcosa che alimenti il fuoco della vita. Carmona, io credo, sia non solo un maestro di tango, ma il solo possibile su questa faccia del mondo, l’altra faccia è meglio che non lo balli il tango. Non è solo una questione di figure, di ganci, sciabole, bolei ed altro, è una questione di corpo ed anima come se fossero la stessa cosa.

Io esisto in quanto corpo, il corpo è la mia vera anima, se imparo come usarlo, posso usare la mia anima, ma che questo non faccia male a nessuno, è impensabile, “si fa sempre del male a qualcuno” come Carmona dice.

 

 

   Palomita è il letto che non mi lascia sognare,

la prima colazione, impossibile a inghiottirsi.

È il bacio del risveglio che così dolcemente mi sfigura

e sfiora un morire che devo ancora imparare[3].

È il tango la cui musica deve ancora iniziare

e la figura nel grembo della fantasia.



[1] Ernesto Carmona, maestro di tango argentino e danze di folclore.

[2] La pagina internet sul computer.

[3] Trasposizione di Duplicità (dalla traduzione: Essa è il letto che non mi lascia sognare, / la prima colazione, impossibile a inghiottirsi. / È il bacio del risveglio che così caramente mi sfigura / e sfiora un morire che devo imparare… / …) una poesia do Leonard Nolens, tratta dall’edizione Via del Vento a cura di Giorgio Faggin: Congedo e altre poesie.



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