Tango.it in english language
Tango.it en lengua española
Tango.it en langue française
Tango.it in der deutschen sprache
Tango.it in hungerian language (work in progress)
login password
scarpe di qualità per tango argentino
scarpe di qualità per tango argentino
HomeCHIDOVECOSAQUANDOPERCHÉINFO

Articoli
Poesie
Rubriche
Stampa
Tango.it in english language
Tango.it en lengua española
Tango.it en langue française
Tango.it in der deutschen sprache
Tango.it in hungerian language (work in progress)

 Articolo...

Il Tango di un Bacio Interrotto

a cura di:Angelo Liuzzi

Nuova pagina 1

Dovessi, in poche righe, esprimere ciò che la mia vita è, avrei voglia di dirvi: “è il respiro di un bacio interrotto, l’ultimo fumo che esce dalle labbra di una sigaretta spezzata, un tango non portato a termine”. Da quando ho conosciuto Desy, la mia vita non è affatto cambiata; continuo a vedere gli alberi del parco nella stessa maniera di sempre, l’ora ha sempre il medesimo significato e persino le passeggiate notturne, quelle fatte in solitudine, come un insignificante pierrot ridicolo, che cerca conferma nello sguardo di una luna sfinge, muta come il suo cuore che non prova più niente, hanno assunto un’importanza rilevante. Eppure gli alberi ogni giorno mi parlano di una lingua[1] diversa, anche se le parole sono le stesse, mentre il parco si diverte a confondermi giocando con le stagioni. L’ora pure, immobile sul suo calcinaccio di sempre, si ostina a farmi notare come il mio cuore non segue più il suo orologio tutte le volte che, quello che si dichiara il mio pensiero, assume il profilo di un volto, il suo, quello di Desy. Ora passeggio nel parco e per quanto la luna, la sento, bisognosa, a volte, di confondermi col suo malessere, mi accorgo d’essere solo.

No, nulla è davvero cambiato, forse perché quello che mi mancava prima di quell’incontro continua a mancarmi ancora adesso. Per quale motivo dovrei sentire il bisogno di negare questo dolore? Perché per qualche mese il fiato mi è mancato e un dolore fitto, appena sotto il costato, mi lancinava le viscere tutte quelle volte che la musica è finita; ricordo, ero costretto a nascondermi nel bagno, aspettando che tutto cessasse. Mi ci volevano non qualche minuto per riprendere il fiato perduto e parecchie manciate d’acqua sul collo.

Quanto mi sentivo ridicolo nel piccolo bagno della palestra. La lezione era appena finita ed io già fuggivo; e tutte quelle volte che ho vomitato prima di iniziare un tango nella milonga, sapendo che lei era appena arrivata? Dio mio se provo a ripensare a quei giorni… e adesso… adesso tutto è ritornato normale, anche se ricordo alla perfezione quando capii quale il mio ultimo tango, quale l’ultima volta che avrei avuto tra le mie braccia il suo corpo e sentito il suo respiro confondersi nel mio. Un dio stesso avrebbe fatto fatica a riconoscere il mio e il suo. Desy è il mio segreto tesoro di sbagli, il ritornello di una melodia ridicola in un’opera grave, che arriva e commuove inaspettatamente. Nessuno l’aspetta, perché avrei dovuto sottrarmi io a tutto questo. Forse perché il dolore fu tale che, oggi, trascorso come un secolo da allora, nello stesso giorno in cui la vidi l’ultima volta, non posso fare a meno di interrompere il mondo con tutto quello che questo è pronto a rappresentarmi.

Quello è il giorno in cui rivivo tastoni tutta la nostra storia che, forse, lei non immagina nemmeno. Forse solo i nostri amici sospettano, forse il nostro maestro di tango. Poi ci sono i balli che con lei ho vissuto, sequenza dopo sequenza aprono nel mio ventre una voragine senza fondo, come una fame silenziosa che non puoi manifestare. È il digiuno di un essere che ha imparato a proprie spese l’ebbrezza di un amore più grande dell’amore stesso, o almeno di tutto ciò che spiega questa parola e che, oggi, voglio credere di non avere mai provato nel mio corpo.

Desy, il respiro di un bacio interrotto quando, ogni volta, ho creduto di scambiarlo durante il nostro tango. Un bacio che nella realtà non c’è mai stato, ma che nella realtà dei miei sogni non è ancora finito, cambiando aria nei miei polmoni ogni qualvolta apro gli occhi a mattino inoltrato e li chiudo sul mio letto vuoto all’alba. Desy è l’ultimo fumo che esce dalle labbra di una sigaretta spezzata: le sue labbra, la mia sigaretta, un attimo prima che correndo è dovuta scappare via da me per il pianto di sua figlia. Desy, il tango più bello, mai portato a termine, mai consumato come il mostro a due teste e quattro gambe avrebbe voluto. In quel giorno, il mostro grida e vuole vendetta per tutto il suo corpo vivisezionato, come una cavia tra le mani di dio stesso. Ed è in quel giorno che tutte le mie eresie sono abbattute; la verità mi si presenta cruda come un feto morto nel cestino nella sala dell’aborto, dopo che il rumore, come di un lavandino sturato[2], interrompe l’illusione felice di un attimo d’egoismo, e ogni musica cessa e ogni tango continua senza alcuna parola di troppo, sordo come un’eco immaginaria che si propaga nell’infinito di una fantasia.

Quando ho perso Desy è stato come se mi avessero proibito il sale, non ho avvertito la sua mancanza più in una pietanza che in un'altra. Tutto il cibo è diventato diverso, ogni giorno, ad ogni pasto. Ora è lo stesso, anche se mi sono assuefatto e l’atto del vivere nella sua diversità d’ogni momento è diventato talmente doloroso che ho smesso assolutamente di provare dolore. Dopo che oltrepassi una certa soglia possono farti tutto, il peggio è che dopo averla passata tu questa soglia, anche tu, puoi di tutto a chi ti circonda, non rendendoti minimamente conto del male che puoi arrecare. La sua assenza è stata come un balzo felino che si ripete senza sosta, l’attimo di un tango su di un vecchio giradischi che salta sempre nello stesso punto. Il sale che ricorderai sempre, che sai essere sale, ma che ormai è divenuto tutt’altro, paradossalmente e angosciosamente, quasi zucchero per addolcire la tua coscienza[3].

 

Mi viene in mente, se ben ricordo, quella volta, ad uno stage di Carmona - allora avevo una ragazza, - quando il maestro chiese a noi uomini di scegliere una donna e di ballare come se avessimo: “due corpi ed un unico respiro”. Quanto toccò a me, io naturalmente, anche se con molta fatica, non scelsi la mia ragazza, scelsi Desy. Fu come ballare al buio, anche se purtroppo tutti attorno ci vedevano benissimo, e più di tutti la mia ragazza. Non ricordo il nome di quel tango[4], ma quel tango è diventato per sempre il mio. Il tango finì con le nostre labbra che si sfiorarono e con una lacrima del mio volto, che non potei trattenere. Un attimo dopo lo schiaffo della mia ragazza interruppe qualcosa d’irripetibile. La mia ragazza finì a terra, gettata da me con una spinta d’odio, anche quest’odio irripetibile; e ancor più irripetibile fu quando iniziai la mia lenta fuga verso l’uscita, interrotta dalla pena che provavo nel guardare la mia ragazza per terra e in lacrime. Tutti attorno erano esterrefatti, non sapevano come comportarsi. Io capivo l’importanza di quella situazione, allora tornai indietro – dovevo comunque salvare la faccia, non certo la mia o quella di Desy, che non avevano alcun bisogno d’essere salvate, - e come se avessimo recitato tutti e tre, mi diressi verso Desy dicendo: sei stata perfetta, e ancora, alla mia ragazza: ti sei immedesimata alla perfezione però credo… e continuai con non so più quale cazzata a fingere uno spettacolo da pochade.

Devo dire che entrambe colsero al balzo la situazione. Non so come sia stato possibile, non voglio immaginare le loro motivazioni, mi distruggerebbe credo. Furono davvero brave nel recitare. Io meno quando, dopo gli applausi dei presenti, vidi gli occhi di Desy che mi guardavano con rammarico, meglio, con quello che ho sperato essere rammarico. Per questo, mi odio tanto da aver reso la mia vita una coltre disperata d’assenza, dove il dolore è libero di viaggiare nel mio corpo senza che io sia più in grado di sentirlo; come un ospite di casa, indesiderato, ma che alla fine ci si abitua alla presenza, anzi, presenza la quale verrebbe a mancare nel momento della sua dipartita.

Ovunque Desy sia, con la sua piccola bambina, ovunque sia quella ragazza che allora mi accompagnava, ovunque siano i miei compagni del tango e il mio maestro ancora, a loro è dedicato questo racconto. Ballo tuttora, ma commetto l’errore più grave che si possa fare. Il mio è un tango fantasma. È come se uno spirito s’interponesse tra me e la donna. Magari riesco a fare anche del buon tango - raramente, - ma la compagna che ho di fronte l’avverto come inutile, e non so davvero che sensazione possa io donargli.

È il sale, quello spirito. Il sale che mi manca ad ogni boccone, inghiottito con l’aria che mi si strozza in gola. Il sale che ha un semplice nome ripetuto in un tango da sempre. Il sale che chiamo Desy.

 

 

Angelo Liuzzi, nella notte tra il 4 e il 5 giugno 2001.


[1] La lingua del tango.

[2] Solo a titolo informativo: l’aborto si pratica con un tubo trasparente che risucchia il feto, il suo rumore assomiglia pressappoco al rumore di un lavandino che si stura.

[3] C. S. Lewis: “Diario di un dolore”, Adelphi, nella traduzione di Anna Ravano. L’intero periodo, e principalmente la prima parte di questo, controllare i corsivi direttamente citati, sono stati per me di diretta e libera ispirazione al contenuto e alla forma di tutta la mia composizione, oltre che dalla vita mia stessa.

[4] Tango to Evora di L. M.



ha pubblicato e mantiene aggiornate le informazioni contenute nella scheda.
invia una e-mail a