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Minute per un Tango Prezioso

a cura di:Angelo Liuzzi

Di là da tutte le definizioni possibili e impossibili, di là da tutte le circostanze che ci impongono anche una sola affermazione, una sola esclamazione sul tango, la sua origine, come probabilmente l'origine di ogni cosa, risiede nella sua assenza. Non è forse l'assenza la madre della creatività da cui, come da uno squarcio nell'aria, nasce e si forma il sogno, il desiderio? Il tango è l'assenza del tango quindi! Canzoni, musica, non parlano affatto del tango in termini a sé bensì di sentimenti, di aspirazioni, di drammi, di una voglia inesauribile di circostanze disperate.

Las Cosas.

El bastón, las monedas, el llavero,
la dócil cerradura, las tardías
notas que no leerán los pocos días
que me quedan, los naipes y el tablero,
un libro y en sus páginas la ajada
violeta, monumento de una tarde
sin duda inolvidable y ya olvidada,
el rojo espejo occidental en que arde
una ilusoria aurora. ¡Cuántas cosas,
limas, umbrales, atlas, copas, clavos,
nos sirven como tácitos esclavos,
ciegas y extrañamente sigilosas!
Durarán más allá de nuestro olvido;
no sabrán nunca que nos hemos ido.
              

  Jorge Luis Borges (da: "Elogio dell'Ombra").

Le Cose.

Il bastone, le monete, il mazzo di chiavi,


la facile serratura, le ultime note
che non potranno leggere quei pochi giorni
che mi rimangono, le carte e la scacchiera,
un libro e nelle sue pagine appassita
la viola, monumento d'una serata
senza dubbio indimenticabile e già dimenticata,
il rosso specchio occidentale nel quale arde
un'illusoria aurora. Quante cose,
lime, ombrelli, atlanti, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
prive di occhi e stranamente segrete!
Dureranno di là dal nostro oblio
e non sapranno mai che ce ne siamo andati.

(traduzione A. Liuzzi).

Da prima una musica che non aveva bisogno di alcun termine, di alcuna definizione, derubata forse all'Africa con i suoi ritmi conturbanti, mistici e proibiti. Apparentemente inspiegabili e senza ragione. Una sorta di tribale consensuale strappato alle proprie radici e fatto essenza di ciò che la natura impone ad un popolo senza terra, senza àncora d'identità. Atmosfere sature di peccato, zuffe, bordelli; quartieri di Buenos Aires, come quelli di Palermo, la cui vita veniva appesa ad una sottile lama di coltello (le bande dei famigerati compadritos) una malavita cantata da Carriego, il primo poeta che si avvicina alla natura di quella strada, vicino di casa e amico di Jorge Luis Borges che di Borges, in una poesia alla madre, sull'unico volume delle sue opere e dedicato al padre, scrisse: "E possa suo figlio... guidato dall'ala possente dell'ispirazione, far vendemmia di una nuova annunciazione, e che da nobili vigne sprema il vino della Poesia".*

In seguito questa musica ha esibito la sua trasformazione, la sua trasfigurazione come una divinità che esiste solo perché si ha l'assoluta certezza nella "preghiera". Come molti sono a sostenere il Tango, ovvero il mostro a due  teste e quattro zampe, è la figura che si ricrea ogni qualvolta vi siano delle note che anticipano un disagio, le mal de vivre spazzato via dalla gioia momentanea di un balzo felino, rivissuto alla fine della musica nel rimpianto sottile di un'umanità costruita sull'edificio degli stenti. Ma oggi il tango! Oggi è un burlone che dorme sotto la canuta mancanza dell'ammonimento. Non più rappresentazione di una vita o, meglio, di un certo tipo di vita, ma il ricordo di una vita messa in scena per un'indigestione di un secolo ripetuto e distinto. Il mostro ha la pancia piena, ha con sé le sue scarpe nuove, le sue vesti costose e tutte le pareti attorno, troppo sontuose, e anche laddove la povertà di un ambiente sembra suggerire il ricrearsi di un'emozione forte, assoluta, è solo un attimo... un attimo su cui credere che la magia possa ancora sostenersi nell'abbraccio possente, poi invece ci si accorge che è solo l'ennesimo sberleffo di un cinico inventore di figure puerili. Non più il mostro a due teste e a quattro zampe, ma un uomo solo allo specchio.

Quale destino crudele... si è detto che di tutto tutto è morto, dopo la poesia, dopo il teatro e persino dopo Dio stesso, anche il tango? Possibile sia il destino di ogni forma, che dà vita, quello di scomparire nell'oltretomba dei nostri desideri? Ma allora oggi i tangueros di tutto il mondo cosa sono? Pagliacci, buffoni inorgogliti di solitudine, né più né meno, come coloro che si ostinano nelle religioni o nell'intraprendere ogni sorta d'arte; non inseguono più un sogno proibito! Borges stesso (anche se qui non si vuole certo esaudire il suo pensiero di una lunga vita mutevole e da umanista) scrivendo di Carriego dice: "la sua carriera ebbe la stessa evoluzione del tango: dapprima allegro, audace, coraggioso, poi troppo sentimentale. Morì di tubercolosi nel 1921 all'età di ventinove anni..."*  Eppure qualcosa vive ancora; anche se panciuto e frivolo, il tango, forse ha solo cambiato corpo perché stanco d'essere riconoscibile e riconducibile a qualche schema fin troppo brillante. Allora se vivo dove cercarlo? O meglio dove poterlo rivivere, dove accrescersi nella propria sembianza? Magari è di notte, nel porto di Taranto, laddove le barche sono archetti di violini sopra un mare in musica, tra i pescatori che osservano divertiti e sconcertati e anche i borseggiatori, che per un momento, mettono da parte i loro coltelli; sotto la metropolitana di Milano, laddove la luce è solo un vago ricordo che ha trasformato la nobiltà in felice miseria, con quelle facce da cui sembrerebbe intravedersi una sottile lacrima di sollievo; e ancora... nei sobborghi, nelle periferie, nei vicoli bui... ovunque si respiri ancora la vita come dono della sopravvivenza e la fame cuce i cuori più crudeli con lenze da balena su bottoni di lucciola. E poi... poi più nulla, poi non deve rimanere davvero più nulla, solo il ricordo! e in questo il rimpianto di un attimo vissuto come se fosse l'arco di una vita intera, perdendo ogni cosa che avremo collezionato sul nostro cammino, ogni sguardo che di noi vive ancora ma che avremo dimenticato.

Forse solo così un giorno, quando sarò anch'io in grado di insegnare questo tango, potrò dire alla mia compagna: balla con me come se con me volessi fare l'amore e balla con l'altro come se in lui tu volessi ritrovare questo amore che, alla fine di questo ballo, non ci sarà più perché io me me ne sarò andato!

 

                                                                                                                                                                  Angelo Liuzzi.

 

* Su Carriego, Borges volle scrivere la biografia: Evaristo Carriego (un fiasco all'epoca perché finì il libro con l'essere una storia su Buenos Aires - a detta di Borges stesso - deludendo le aspettative) la cui seconda edizione del 1955, ampliata, ha un capitolo intero sul tango: Storia del Tango.

** in Abbozzo di Autobiografia pubblicato da Einaudi per l'Italia nell'Elogio dell'Ombra, su cui questo articolo prende libera ispirazione.


Angelo Liuzzi
ha pubblicato e mantiene aggiornate le informazioni contenute nella scheda.
invia una e-mail a angeliuzzi@yahoo.it