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Il mio Tango

a cura di:Laura Pedrazzini

Un giorno troverai il tuo ”tango!” – le aveva sussurrato un’amica, come fosse un segreto.
Segreti che le donne si passano le une alle altre, usando quella rete di solidarietà e complicità che solo il femminile sa creare, spesso quelle più adulte a quelle più giovani, che chiedono curiose ed ansiose cos’è, com’è.

Lei sorrise, indulgente, all’amica e, poco convinta, rispose di sì con un cenno del capo: era come se qualcuno cercasse di spiegare il mare a chi non l’abbia mai visto in vita sua!

Lei si sentiva dentro, nel profondo del cuore, una ballerina, una nata per danzare, anche se la sua vita si era instradata su ben altri binari e quella fosse rimasta una passione, coltivata solo per hobby.

Si era avvicinata al tango argentino, come già aveva fatto con altri balli di coppia, con la curiosità e la voglia di imparare semplicemente un’altra danza popolare, per incrementare le possibilità di divertimento, contrastando la noia dell’abitudine e del già noto.

Come accade ai discepoli sinceri aveva trovato i “suoi” maestri, quelli che ballano ed insegnano il TANGO che lei desiderava danzare, fatto di tecnica, consapevolezza di se stessi e del partner, ascolto reciproco e, ottenuto tutto ciò, interpretazione della musica. Pensava che già quello fosse il suo tango e le bastava. Ma tutte le sue certezze si ridussero come in un’insignificante goccia di sapone dopo l’esplosione della bella bolla fragile ed iridescente, quando lui la cinse col suo braccio destro, offrendole contemporaneamente il palmo della mano sinistra, per assumere la postura di ballo.

Erano da poco passate le 24, era ufficialmente iniziato l’8 Marzo di quell’anno e lui, maestro di tango e patron di quella Milonga, aveva annunciato che, in loro onore, le donne avrebbero potuto invitare per il ballo, infrangendo, almeno per una volta, quella regola, non scritta, ma per alcuni irrinunciabile, che è l’uomo a scegliere, a chiedere l’assenso della donna alla danza.

Lei non seppe mai dove avesse trovato il coraggio, o la temerarietà, di invitare proprio lui, così bravo, così inavvicinabile, così irraggiungibile, lei, che era poco più di una principiante. Forse era stato il richiamo della voce di lui che, per attirare l’attenzione, aveva detto “Allora, non mi invita nessuna?”, a farle percorrere la distanza fra i loro tavolini e, giunta di fronte a lui, seduto, a farle pronunciare con un sorriso quella frase spiritosa “Ho udito un grido di dolore!” e, poi, mentre lui si alzava divertito e sorridente a sua volta, “Questa è la prima volta che balliamo insieme”. “Peggio per te”- le rispose, dimostrandole di accettare il gioco dell’ironia, ed iniziarono a ballare sulle note di un tango (non ricordò mai quale fosse).

Ed ora come posso descrivere con delle misere parole, inadeguate come un paio di scarpe strette, le sensazioni che la sua anima ricevette da tutti i recettori del corpo, muscoli – ossa – cuore - cervello, mentre, per una volta finalmente, la sua razionalità fece silenzio; un silenzio che creava il ricettacolo, l’utero materno dove la sensibilità poté crescere protetta e ben nutrita.

Potrei dire che, fin dal momento che assunsero la posizione di ballo , lei sentì che lui era un uomo vero, di cui potersi fidare, a cui affidarsi totalmente, che la sua guida era decisa ma non prepotente; la fece sentire al centro della sua attenzione e rispettata nel suo ruolo di seguidora, non la mise mai in difficoltà, proponendole figure che lei non fosse in grado di eseguire (eppure lei sentì che il suo corpo stava docilmente compiendo movimenti che durante le lezioni di tango non aveva ancora appreso).

Potrei continuare dicendo che non erano più un maestro ed una neofita, ma semplicemente un uomo ed una donna che camminavano abbracciati fusi con la musica (questa è una dei tanti tentativi di definire il Tango Argentino), una metafora della vita e dell’amore, ed ancora che, dopo quel tango, lui non si staccò da lei, ma ballò anche il brano successivo, una milonga, di cui lei non conosceva affatto i passi peculiari, e che, quindi, ancora maggiormente gli si affidò, totalmente dipendente da lui, e così danzò la più bella milonga della sua vita.

Aveva trovato il suo tango! (questa consapevolezza non le venne subito, però).

Si separarono e ciascuno tornò al proprio tavolo; lei rimase frastornata e felicemente incredula di quel che era successo.

Uno stupore da bambina l’accompagnò anche nei giorni successivi.

“Ho ballato con lui!” – e gli occhi le si illuminarono ancora più del solito – raccontò alle amiche che ammiccarono, complici di qualcosa di magico e proibito.

Le tornò alla memoria un episodio d’infanzia: un giorno stette male di stomaco e le suore, che gestivano la scuola materna, le fecero oltrepassare la “porta proibita”, oltre la quale iniziava l’ala a loro riservata, per separarla dalla classe ed offrirle una tazza di camomilla, in attesa della mamma, chiamata per riprendersela, e di come fosse stata poi incalzata dalla curiosità delle compagne su cosa c’è di là, cos’hai visto?font>

Lei la eletta, la prescelta dal destino per essere iniziata alla conoscenza, all’incontro con il Dio d’Amore, il cui sguardo può incenerire, la visione dei mistici del paradiso che sazia l’anima, condannandola, però, una volta dissolta l’immagine, ad una fame inappagabile ed ad una struggente nostalgia. Forse esagero ed i paragoni possono sembrare blasfemi, ma è così difficile raccontare le emozioni.

Non si è più creata un’altra occasione di ballo insieme; non che lei non avesse riprovato, qualche mese dopo, ed invitarlo, ma lui con un giro di parole, glaciali come il suo sguardo, le fece capire che quello era il suo lavoro, insegnare il Tango, e che la sua professionalità ne sarebbe stata svilita se l’avesse concessa gratis a chiunque.

Oltre al corso che già seguiva con i suoi maestri, lei andò anche alle lezioni di lui, ma nulla cambiò.

Ora lei lo osserva, estasiata, ballare con le altre tanghere, che evidentemente lui reputa alla propria altezza e certamente sono anche più giovani e carine di lei (ne è ben consapevole), ed, invidiandole, si sente come Cenerentola, mentre le sorellastre, tutte agghindate, si avviano alla Festa da Ballo del Principe.

Adesso ha capito perché si dice che il Tango è una musica, confermata peraltro dai testi, della nostalgia: il barrio, la giovinezza, l’amore perduti sono pretesti per esprimere il rimpianto di ciò che si è avuto per un attimo e che non è stato possibile trattenere, perché il tempo scorre inesorabile, ma almeno quel breve accecante momento ha dato senso alla vita umana.

E così ogni volta che un uomo, conosciuto o no, la invita a ballare un tango, lei spera di ritrovare “il suo tango” ed a volte, per un istante … le sembra … forse … ecco … , ma no è solo l’ombra del ricordo, Euridice irrimediabilmente persa ed inutilmente inseguita da Orfeo.

Probabilmente nemmeno se ballasse di nuovo con lui si ricreerebbe quella magia. Quella combinazione di infinite variabili è perduta nel tempo, cristallizzata dalla memoria. Spero che esista realmente una sorta di inconscio collettivo dell’Umanità, che scienza ed arte tentano di supportare, a cui ognuno di noi attinga e versi nuova linfa per questo fiume della vita, che nessuno sa dove nasca né dove vada né, soprattutto, perché.

Auguro a ciascuno la stessa fortuna, che è toccata a me, cioè di “trovare il proprio tango” almeno una volta, prima di lasciare questa dimensione spazio-temporale.


Laura Pedrazzini
ha pubblicato e mantiene aggiornate le informazioni contenute nella scheda.
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